5. I differenti generi della crime fiction

Quali sono le origini del “giallo all’italiana?”

5. I differenti generi della crime fiction

Premessa

Ora riprenderemo i sotto-generi della crime fiction che abbiamo individuato nel primo capitolo e cercheremo di applicarli ai film prodotti in Italia tra il 1957 e il 1970.

L’analisi e la categorizzazione che ci apprestiamo a fare è da intendersi a livello puramente di struttura narrativa. Non verranno infatti prese in considerazione tematiche, atmosfere o elementi iconografici come criteri per il raggruppamento dei film, come non si terrà conto dell’istanza autoriale dietro al film o dei suoi meriti o demeriti artistici.

Partiremo con l’analisi dei tre sotto-generi appartenenti alla sfera d’azione del detective, quindi con i film appartenenti alle categorie del detective classico, del detective hard-boiled e del poliziesco; proseguiremo con i film che assumono il punto di vista dell’ambiente criminale, gangster movie, film di banditi e caper film, accenneremo alla vasta categoria dei film di spionaggio (1), per approdare ai suspense thrillers, ovvero i thriller dell’innocente in fuga, i thriller d’identità acquisita, i thriller politici, i thriller di passione omicida, ithriller psicotraumatici, i thriller di confronto morale e gli psycho-thriller.Concluderà l’elenco delle categorie i film costruiti attorno alla meccanica delwhodunit.

Detective Classico

I film appartenenti alla categoria del detective classico sono organizzati attorno all’investigazione di un detective su un crimine.

Questa è basata principalmente sul reperimento di indizi e testimonianze, che portano alla razionalizzazione del crimine da parte dell’investigatore. La vittima ha ben poca importanza e l’attenzione è posta sulla ricostruzione dell’accaduto e allo sbrogliarsi di una matassa inizialmente molto complicata. La rivelazione finale avviene regolarmente durante l’ultima scena del film.

Il protagonista è sempre un detective, che opera generalmente da solo; se inserito all’interno del corpo di polizia, spicca su tutti i suoi colleghi e le sue capacità personali di deduzione e le sue geniali intuizioni risulteranno essenziali allo svelamento del colpevole, più che non il lavoro tecnico-scientifico operato dai suoi colleghi.

La tematica principale ribadita da questi film è la dimostrazione dell’irrazionalità del crimine e la sua impotenza contro il raziocinio della legge.

In Italia, questa tipologia di film e di personaggio non può vantare molti esponenti. Prese maggiormente piede in televisione, dove, come abbiamo visto, ebbero successo gli adattamenti di Sherlock Holmes, Nero Wolfe eMaigret, e, dunque, non sorprende che, nell’elenco di film analizzati, l’unico esponente di questo genere sia legato ad uno sceneggiato televisivo:

Maigret A Pigalle (1967)

Maigret a Pigalle (1967) di Mario Landi è un film nato sul successo della serie televisiva dedicata all’ispettore di Simenon e, di questa, mantiene gli attori e il regista.

La vicenda del film vede il commissario Maigret (Gino Cervi) rinunciare alle sue vacanze, per far luce su un misterioso doppio delitto: una spogliarellista coinvolta in traffici di droga e una contessa. L’investigazione, pur contenendo qualche elemento del poliziesco, è fortemente concentrata sul personaggio di Maigret che, dialogando con testimoni e sospetti e raccogliendo indizi, riesce a razionalizzare l’accaduto e a ricostruire fino all’ultimo dettaglio la vicenda, che verrà svelata nell’ultima sequenza del film, mentre il lavoro del resto della squadra di polizia passa in secondo piano.

Detective Hard Boiled

I film appartenenti alla categoria del detective hard-boiled sono organizzati attorno alle avventure di un investigatore in un mondo cinico e corrotto.

A differenza del detective classico, qui ad essere importante è il viaggio, il percorso compiuto dal protagonista, che lo porterà ad accertare la corruzione del mondo che lo circonda. La vicenda prenderà il via da un crimine sul quale investigare, sia esso un omicidio o una persona da rintracciare, e si snoderà attraverso numerosi incontri-scontri con altri personaggi. Il caso verrà di solito risolto più grazie alla cocciuta perseveranza del protagonista, che non per suoi particolari meriti deduttivi. Nella maggior parte dei casi il protagonista uscirà sconfitto dalla vicenda e, a volte, il caso potrà rimanere irrisolto.

Il tema principale di questo corpo di film è lo scontro tra il codice morale del protagonista e la cinica o decadente realtà sociale che lo circonda. Cinismo, avidità, perversioni sessuali e altri vizi capitali dell’umanità vengono messi in mostra come simbolo della decadenza del genere umano o della società.

Una lista di film che seguono il modello narrativo del detective hard-boiledinclude:

Il Commissario (1962)

Il Commissario Pepe (1969)

Omicidio per Appuntamento (1967)

Un Detective (1969)

La Ragazza con la Pistola (1968)

Il Commissario (1962) di Luigi Comencini, è il primo di diversi film, appartenenti alla commedia all’italiana, ad utilizzare la struttura narrativa del detective hard-boiled. Il film apre proprio giocando sugli stereotipi associati ai modelli americani di questo genere, con Alberto Sordi nei panni del vice commissario Dante Lombardozzi, impegnato nel pedinamento di una giovane donna che, però, si rivelerà essere solo il suo bizzarro modo di corteggiarla.

Segue un breve monologo, che sempre richiama al modello americano, con il quale veniamo portati all’avvio della vicenda con il ritrovamento del cadavere di un noto uomo politico, il professor Di Pietro. Partono le indagini da parte del corpo di polizia, all’ombra dell’ordine politico di non rivelare, all’opinione pubblica, che l’onorevole era coinvolto in una scappatella e il tutto viene sbrigativamente risolto come omicidio accidentale, imputabile ad un poco di buono, giusto in tempo per le ferie pasquali. Il vice commissario Lobardozzi però nota delle discrepanze nella risoluzione del caso ed, incurante delle festività, inizia ad investigare per conto suo, immergendosi nella metropoli. Interrogando l’unico testimone oculare, inizia a svelare un sistema di piccole infrazioni, crimini e connivenze. Trascurando i propri obblighi familiari, il protagonista prosegue interrogando il meccanico che aveva riparato la vettura dell’omicida, il medico patologo e l’accusato, mentre sono tutti impegnati nei festeggiamenti pasquali.

Tramite i suoi sforzi, però, riesce a fermare il funerale di Di Pietro e fa riaprire l’inchiesta svelando che la vittima era già morta prima di essere investita. Viene però estromesso dal caso e, per questo, ricomincia ad investigare per conto suo, questa volta addentrandosi nel sistema di corruzione e connivenze che lo circonda: perseverando, riesce ad arrivare alla prostituta che Di Pietro frequentava e l’accusato, che scopre essere il di lei protettore, confessa, in preda ad una crisi epilettica, di aver ucciso lui stesso il politico.

Lombardozzi ottiene una promozione, anche come premio per il suo silenzio sulla storia di prostituzione nella quale Di Pietro era coinvolto, ma, pochi giorni dopo, viene chiamato dall’avvocato dell’accusato, perché questi ora sostiene che l’assassina era la prostituta, che, però, nel frattempo, si è suicidata. In nome dell’onestà a tutti i costi Lombardozzi riapre la sua personale indagine, ma si deve scontrare con il muro della corruzione e dei piccoli interessi: l’unico testimone a sua disposizione è stato corrotto dal fratello di Di Pietro, tutta la nobiltà e l’alta borghesia sono disposti a testimoniare il falso per coprire le malefatte del politico ed il fratello della suicida brucia la lettera della confessione solo per vedere condannato l’ex-protettore, reo di averla rovinata. Messo con le spalle al muro, Lombardozzi invalida il processo, dichiarando di aver estorto la confessione all’imputato con la violenza. Così facendo si compromette la carriera e sarà costretto a ritirarsi dalla polizia e ad andare a lavorare per la ditta della famiglia della sua fidanzata.

Nonostante il personaggio principale appartenga al corpo di polizia, il film utilizza la struttura del detective hard-boiled, per scavare sotto la superfice della società italiana dell’epoca. Lombardozzi, con il suo rigido codice morale (2), si scontra con un sottobosco criminale, gestito dalla politica del “chiudiamo un occhio” da parte delle forze dell’ordine. Queste, che non amano essere disturbate, applicano la legge solo quando è necessario per mantenere le apparenze, come succede con il poliziotto che lascia tranquillamente i ragazzini in bar, a giocare a bigliardo, anche quando non dovrebbe e li fa sgombrare solo perché visto da Lombardozzi. Il Paese è più impegnato a godere dei piaceri della vita, di qualunque tipo, che non a mantenere la giustizia, mentre la corruzione vive e prospera ad ogni livello sociale e il ceto alto, tramite essa, si protegge da ogni possibile attacco.

Più simile al modello americano troviamo Omicidio per Appuntamento (1966)di Mino Guerrini, basato sul romanzo Tempo di Massacro di Franco Enna. Il film unisce la struttura del detective hard-boiled, qui proposto sulla falsariga di Mike Hammer, che, come abbiamo visto, era molto popolare negli anni ’50, quando il romanzo venne pubblicato, a degli elementi e delle trovate stilistiche più tipiche dei film di spionaggio dell’epoca. Il protagonista, in questo caso, è il detective americano Irving Dreyser, interpretato da Giorgio Ardisson, che, in vacanza in Italia, si incontra con un vecchio compagno di Università, Dwight Dempsey. Poco dopo, però, ne perde le tracce e decide di andarlo a rintracciare a Roma, sulla base delle poche indicazioni che questo gli ha lasciato prima di sparire. Qui, mentre indaga nel sottobosco della città per ritrovare l’amico, verrà anche assunto come guardia del corpo per la figlia di un ricco del posto, che non vuole che ella frequenti la comunità hippy. In questo caso le numerose peripezie di Dreiser, non saranno tanto focalizzate sul ritratto sociale, in quanto molti appartenenti al mondo criminale sono caratterizzati in maniera piuttosto colorita e fumettistica, quanto sul confronto tra il detective americano tutto sparatorie e erotismo, vicino appunto al mito di Mike Hammer, e la polizia italiana, rappresentata dal Commissario Giunta, maggiormente rispettoso delle regole e riluttante all’uso della violenza gratuita, anche se sarà anche lui costretto a sparare, sul finale, per salvare il compagno.

Sempre ascrivibile al modello di Hammer è il personaggio interpretato da Franco Nero in Un Detective — Macchie di Belletto (1969) di Romolo Guerrieri, tratto dal romanzo di Ludovico Dentice Macchie di Belletto. Il Commissario Belli è un funzionario della Questura di Roma che si fa corrompere da un penalista, che gli chiede di allontanare dall’Italia una ragazza inglese di cui si è invaghito suo figlio e di indagare sul proprietario di una casa discografica su cui la moglie vorrebbe investire. Quest’ultimo però viene trovato morto e Belli inizierà ad investigare per conto suo e per il suo personale tornaconto: a differenza dei commissari di Sordi e Tognazzi, il personaggio di Franco Nero non è mosso da un rigido codice morale ma, bensì, dalla voglia di arricchirsi. Le sue indagini metteranno in luce comunque in un mondo impazzito, una Roma soleggiata sotto le festività natalizie, tra teppisti, starlette tossicodipendenti e ricca borghesia che nasconde col denaro sonante i crimini presenti e passati. La bonaria ma, al tempo stesso, tragica connivenza del film del ’62 di Comencini ha generato mostri e l’unica maniera che ha il Commissario Belli di districarsi in questa matassa è con gli stessi strumenti della civiltà corrotta: la violenza e il denaro. Anche lui, però, ne uscirà sconfitto, quando, alla fine, un po’ per il subitaneo moto di una coscienza fino ad allora sopita e, un po’ perché costretto, finirà per denunciare quanto sa alla polizia, perdendo quanto aveva guadagnato fin li.

Più vicino ai metodi del personaggio del film di Comencini è il protagonista de Il Commissario Pepe (1969) di Ettore Scola, basato sull’omonimo romanzo di Ugo Facco De Lagarda, un altro film realizzato sulla struttura del detective hard-boiled, con elementi della commedia all’italiana.

Antonio Pepe (Ugo Tognazzi) è un commissario di polizia, calmo e intellettuale, di una sonnolenta cittadina del nord-est, che è costretto, da un ordine dall’alto, ad indagare su una serie di reati a sfondo sessuale avvenuti in città. Pepe inizia a malincuore l’incarico, sapendo che in città si è sempre chiuso un occhio sui peccatucci dei suoi abitanti, ma la sgangherata indagine si allargherà a dismisura scoprendo reati che spaziano dalla prostituzione alla pedofilia e alla pederastia e che coinvolgono ogni strato sociale del paese, compresa la donna con la quale stava avendo una relazione e persone vicine ai suoi collaboratori.

Come il personaggio di Sordi prima di lui, anche il Pepe di Tognazzi procede nell’indagine, nonostante le difficoltà ed il dolore affettivo che gli provoca, ma anche lui, arrivato il momento della denuncia, viene fermato da un ordine dall’alto, che gli suggerisce che quanto scoperto potrebbe provocare un terremoto troppo grande e, con la promessa di una promozione, bisognerebbe cancellare dalla lista i nomi delle persone più in vista. Anche lui però non riesce a pregiudicare la sua coscienza e decide di distruggere l’inchiesta, lasciando così le cose immutate. Il giorno dopo osserva tutti i colpevoli andare a messa ed immagina di condurre una retata, arrestandoli tutti. Poi comunica ai colleghi le sue dimissioni, lascia il paese e, con esso, la donna che amava.

Sempre ascrivibile al modello del detective hard-boiled è un altro film dellacommedia all’italiana, La Ragazza con la Pistola (1968) di Mario Monicelli. Pur non presentandosi apertamente come un detective film, l’opera di Monicelli ne segue più o meno strettamente il modello narrativo e le convenzioni del genere. Assunta Patanè, interpretata da Monica Vitti, si fa rapire da un compaesano, Vincenzo Macaluso, e passa con questi una notte d’amore. Al risveglio, non trovando l’uomo, viene tacciata di disonore dall’intero paese e, in mancanza di famigliari maschi, le viene affidata la missione di rintracciare Vincenzo in Inghilterra ed ucciderlo, ristabilendo così il buon nome della famiglia. Armata di pistola e ferreo codice morale siculo, Assunta, come un detective, si avventura nella dissoluta Inghilterra sessantottina, raccogliendo indizi e interrogando testimoni, alla ricerca di Vincenzo, in un inseguimento che procederà tra false piste ed incontri fortuiti, culminando in un tentativo di esecuzione che non andrà a buon fine. Con lo scioglimento del codice morale della protagonista, anche il modello cinematografico del detective film viene a cadere ed il film si avvia verso la conclusione, dove, una nuova Assunta, perfettamente a suo agio nello stile di vita dell’Inghilterra del tempo, si prende la sua rivincita su Vincenzo e poi lo abbandona, chiudendo definitivamente i ponti con il passato.

Poliziesco

I film appartenenti alla categoria del poliziesco sono organizzati attorno al lavoro professionale di un poliziotto e alle sue avventure come membro delle forze dell’ordine. Questo genere enfatizza il rapporto del protagonista con i suoi superiori e con i suoi colleghi, il lavoro di squadra e i suoi metodi poco ortodossi per risolvere i casi.

Anche in questo caso la vicenda prende il via da un crimine, che dovrà essere poi risolto dall’equipe della polizia, alle volte dovendo forzare le regole e rischiando il proprio lavoro a causa delle pressioni esercitate dai superiori.

I temi principali di questo genere di film possono essere l’infallibilità della forze dell’ordine nei confronti dei criminali, le difficoltà nella lotta alla criminalità o la necessità delle forze dell’ordine di violare qualche regola per ottenere dei risultati. Possono contenere elementi di analisi dell’ambiente sociale o del dualismo dei thriller di confronto morale che analizzeremo in seguito.

Una lista dei film italiani appartenenti al poliziesco include:

Un Maledetto Imbroglio (1959)

Il Giorno della Civetta (1968)

Le Notti della Violenza (1966)

I Ragazzi del Massacro (1969)

Un Maledetto Imbroglio (1959) di Pietro Germi, liberamente tratto da Quer Pasticciaccio Brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, calza alla perfezione il modello del poliziesco. Il film si apre con un furto in un condominio ai danni di un dubbio collezionista d’arte, Commendatore Anzaloni (Ildebrando Santafe). Della vicenda si occupano il commissario Ingravallo e la sua squadra. Inizialmente le ricerche conducono a Diomede (Nino Castelnuovo), elettricista e ragazzo della servetta della vicina di casa, Assuntina (Claudia Cardinale), ma poi si concludono in un nulla di fatto. Qualche tempo dopo, nello stesso palazzo, viene commesso un omicidio: la vittima è proprio la vicina di casa di Anzaloni, la signora Liliana Banducci (Eleonora Rossi Drago). Da questo momento in poi seguiremo le vicende del commissario Ingravallo e della squadra, impegnati nell’esercizio del loro mestiere: interrogare testimoni e sospetti e raccogliere indizi sulla vicenda per scoprire il colpevole. La narrazione utilizza anche degli intermezzi di commedia che, come richiede il genere, mostrano il cameratismo all’interno del corpo di polizia e i rapporti con i superiori. Il film di Germi, inoltre, scava nel perbenismo di facciata dell’Italia di fine anni ’50: le indagini porteranno alla luce il matrimonio disastrato dei Banducci, con il marito coinvolto in una relazione sessuale con una minorenne, la quale offriva i suoi favori anche al cugino dell’assassinata, Valdarena, un losco individuo che si spaccia per medico, senza aver conseguito la laurea, e gestisce un salone di bellezza che è, però, solo una facciata per una casa d’appuntamenti. Alla fine il colpevole si rivelerà essere Diomede, che ha ucciso la proprietaria dell’appartamento, in un momento di panico, dopo che questa l’aveva scoperto in un tentativo di furto.

Anche Le Notti della Violenza (1966) di Roberto Mauri risponde alle caratteristiche del poliziesco. In questo film, simile ai krimi tedeschi per la serialità degli omicidi, un maniaco uccide delle prostitute per le strade della città. La polizia (3) inizia ad investigare, interrogando testimoni e sospetti che, però, danno risultati contrastanti: tutti i testimoni affermano che l’assassino sarebbe un attore famoso, il quale ha però un alibi di ferro. Infine la polizia organizza, con la collaborazione della sorella di una vittima, una trappola all’assassino. Messo alle strette, lo fermano uccidendolo in una sparatoria e scopriranno che si trattava di un sopravvissuto all’esplosione di Hiroshima, che, per assumere un aspetto normale, indossava delle maschere in lattice di attori famosi.

Il Giorno della Civetta (1968) di Damiano Damiani, dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, utilizza la struttura del poliziesco inserendo al suo interno diversi elementi del thriller di confronto morale. In un paese siciliano viene ucciso un costruttore edile, incaricato delle indagini è il capitano Bellodi (Franco Nero). Questi capisce, sin da subito, che il delitto è opera della mafia, ma non trova nessuno che sia disposto a rompere il muro di omertà, neanche la bella Rosa Nicolosi (Claudia Cardinale), una donna che abita a pochi passi da dove è stato commesso il delitto, e il cui marito è misteriosamente scomparso. Bellodi e la sua squadra ingaggiano una sorta di gara d’astuzia con Don Mariano Arena, il capomafia locale, arrestando possibili colpevoli e testimoni ed estorcendo con l’astuzia le necessarie confessioni. Il capitano di polizia arriverà al punto di arrestare il mafioso, ma la sua azione verrà bloccata prima da pressioni politiche e poi dall’uccisione del suo principale informatore, Parrineddu (Serge Reggiani). Dopo l’evidente fallimento, sarà costretto a lasciare il posto a un suo, incapace, collega.

I Ragazzi del Massacro (1969) di Ferdinando Di Leo, tratto dal romanzo di Giorgio Scerbanenco, vede il commissario Duca Lamberti (Pier Paolo Capponi) impegnato ad indagare sullo stupro e l’omicidio della professoressa di una scuola serale, avvenuto per mano di un gruppo di ragazzi. Anche in questo film, Lamberti, per arrivare alla verità, opererà, pur con metodi non convenzionali, all’interno delle istituzioni, con l’ausilio dei suoi colleghi e sosterrà un continuo braccio di ferro con i suoi superiori. Alla fine risolverà il caso e arresterà il vero colpevole.

Gangster Movie

I film appartenenti alla categoria del gangster movie enfatizzano l’ascesa e caduta di un gangster, un membro della criminalità organizzata.

Il protagonista è un criminale impegnato a far carriera e ad acquisire soldi e potere, tramite l’esercizio di attività criminali. La scena centrale del film è l’apice della carriera del criminale, dopo gli umili inizi e la possibilità di successo data da situazioni sociali contingenti, a partire dalla quale egli inizierà un processo di tragica caduta a causa di un suo difetto, come la megalomania o l’avidità. Il gangster troverà infine la morte per mano di altri criminali, tradimenti in seno alla sua banda o a causa delle forze dell’ordine.

Sono storie ad ambientazione prevalentemente urbana, che possono essere lette come il risvolto negativo della modernità e della cultura occidentale, con l’enfasi sull’affermazione di se stessi e il successo economico personale ad ogni costo.

Film italiani appartenenti al gangster movie sono principalmente i film diretti da Francesco Rosi:

La Sfida (1958)

Salvatore Giuliano (1962)

La Sfida (1958), vede come protagonista Vito Polara, giovane ambizioso impegnato a Napoli nel contrabbando di sigarette. A causa di un affare andato male, scopre un ricco giro di soldi nel commercio ortofrutticolo. Decide quindi di andare con i suoi collaboratori in campagna, ma qui gli viene fatto ben presto capire che tutti i contadini sono sotto il controllo di Salvatore Ajello, un camorrista che decide tempi e prezzi del commercio. Gli uomini di Ajello tentano di portarlo al cospetto del malavitoso, ma Vito, scaltro, riesce a dileguarsi e a stringere un accordo con l’unico contadino della zona che si è sempre opposto al camorrista. Per questo motivo ha un confronto diretto con Don Salvatore, che vorrebbe ucciderlo, ma riesce, grazie al fratello di questi, a mantenere l’accordo con il contadino e a conquistarsi la sua fetta di mercato. Come vuole la struttura del gangster movie, la carriera di Vito è ora in ascesa: decide di sposarsi con la bellissima Assunta, compra un lussuoso appartamento e organizza il matrimonio senza badare a spese. La camorra però gli impone un veto di distribuzione di una settimana rispetto ai tempi richiesti dai commercianti e Vito, accecato dal suo successo, decide di contravvenire agli ordini stringendo un redditizio accordo con un commerciante. Da qui in poi l’ombra della tragedia inizia a stendersi sulla sua vita.

Il giorno delle nozze, Don Salvatore e gli altri camorristi non si presentano alla cerimonia e Vito viene a sapere che essi hanno scoperto i suoi accordi sotterranei e stanno bloccando il trasporto delle merci. Vito deve allora lasciare il pranzo della cerimonia per andare personalmente a sistemare la faccenda. Un primo dialogo con i camorristi gli chiarirà che non c’è possibilità di riconciliazione ed allora, disperato, passerà all’azione che culminerà con una sparatoria con gli uomini di Don Salvatore a casa del fattore. Recuperata la merce, Vito riesce a condurla fino al magazzino del compratore dove, però, verrà ucciso a colpi di pistola di fronte alla sua neo-sposa, sancendo definitivamente la caduta del giovane gangster.

Anche Salvatore Giuliano, (1962) sempre di Rosi, rientra almeno in parte in questa categoria. Il film racconta la storia del bandito siciliano Salvatore Giuliano, la sua ascesa e caduta, a partire dalla sua morte, con cui si apre la pellicola. Il film si muoverà poi tra passato e presente, mostrandoci i fatti principali della sua carriera: la sua assunzione come colonnello dalle forze separatiste siciliane a ventitré anni, poi il banditismo, i legami con la mafia e le forze dell’ordine ed, infine, il tradimento e l’uccisione. Il tutto però con una particolarità: Giuliano non ci viene praticamente mai mostrato direttamente, ma solo attraverso le testimonianze di chi gli stava attorno o di chi gli dava la caccia, mettendo più che altro in evidenza il risultato delle sue azioni e la reazione che queste comportano. Rosi utilizza quindi la struttura di ascesa e caduta del gangster movie, per fare uno studio d’ambiente e sociale sulla Sicilia.

Film di Banditi

I film di banditi sono una variante del gangster movie, che enfatizza, invece che la carriera, le avventure di un criminale con la sua donna. Sono spesso delle storie d’amore ad inseguimento, in cui le scene madri sono le rapine commesse on the road dalla coppia, ed in cui l’agente investigativo è rappresentato da un gruppo di forze dell’ordine che gli danno perennemente la caccia.

Tematicamente rappresentano un sogno di ribellione romantica e picaresca nei confronti della società contemporanea.

Unico esempio italiano di film di banditi è:

Svegliati e Uccidi (Lutring) (1966)

Svegliati e Uccidi (Lutring) (1966) di Carlo Lizzani segue la struttura del film di banditi raccontando la storia di come Luciano Lutring (Robert Hoffman) divenne un famoso bandito nell’Italia degli anni ’60, scegliendo però di de-romanticizzare il personaggio. Se, infatti, al centro delle vicende troviamo Lutring e la sua donna, Candida (Lisa Gastoni), e i colpi che prova a mettere a segno tra San Remo, Trieste, Milano e Parigi, mentre la polizia gli da la caccia, l’obiettivo del film è di mostrare come il bandito non fosse altro che uno specchietto per le allodole, messo in piedi dai media con il benestare della polizia, che ne aveva bisogno per catturare criminali ben più importanti. Lutring non viene dunque rappresentato come un eroe romantico in lotta contro la legge, ma, bensì, come un disperato, un poco di buono di seconda categoria che non sa nemmeno sparare, la cui reputazione viene ingigantita dai media e le cui fughe sono pre-organizzate dalla polizia. Dopo aver tentato un ultimo colpo da Cartier a Parigi, anche questo organizzato per lui dalla polizia, Lutring, si ritroverà in trappola e costretto all’ennesima, disperata, fuga.

Caper Film

I caper film o film di rapina enfatizzano gli sforzi di un gruppo eterogeneo di criminali che mettono assieme i loro talenti, generalmente sotto la guida di una figura paterna, per realizzare la rapina perfetta, che, generalmente, richiederà un tempismo e un’organizzazione infallibili.

La scena centrale del film è solitamente la rapina, in cui il piano viene messo in atto con un certo numero di imprevisti, che mantengono alto il rischio e la tensione. Questa è, in genere, preceduta dal reclutamento della squadra e dall’organizzazione e pianificazione del colpo. La rapina è solitamente seguita, in caso di successo, dalla spartizione del bottino, spesso tra tradimenti e doppi giochi, che vanificano i successi fino ad allora ottenuti.

La forza investigativa è rappresentata dalle forze dell’ordine o dalle guardie, impegnate a custodire l‘obiettivo preso di mira dalla banda.

Il tema ricorrente di questo genere di film è che il crimine non paga in quanto, nonostante la rapina vada spesso a buon fine, gli egoismi e l’avidità dei singoli membri della banda renderà vano ogni successo.

Il sottogenere dei caper film ebbe un notevole successo in Italia e si sviluppò durante tutti gli anni ’60, intrattenendo di volta in volta relazioni con altri generi popolari. Ci limiteremo quindi a riportare alcuni degli esempi più significativi:

I Soliti Ignoti (1958)

Kiss Kiss… Bang Bang (1966)

Audace Colpo dei Soliti Ignoti (1960)

Il Grande Colpo Dei 7 Uomini D’Oro (1966)

Colpo Gobbo All’Italiana (1962)

Operazione San Gennaro (1966)

Lasciapassare per il Morto (1962)

Ad Ogni Costo (1967)

Sette Uomini d’Oro (1965)

Apre il periodo I Soliti Ignoti (1958) di Mario Monicelli, film che è anche considerato l’iniziatore della commedia all’italiana, modellato su Rififi chez les Hommes (1955) di Jules Dassin, tanto che, inizialmente, doveva esserne la diretta parodia.

Il film si apre con l’arresto per tentato furto d’auto di un criminale romano, Cosimo, che, pianificando un gran colpo, chiede al compagno Capannelle di andare a recuperare un sostituto che stia in prigione al posto suo. Con questo espediente si costituisce la squadra: veniamo rapidamente a conoscenza di Mario, perditempo mantenuto dalle “zie”, Michele, siciliano gelosissimo della sorella Carmelina, Tiberio, fotografo, che ora deve badare al figlio in quanto la moglie è in prigione per contrabbando di sigarette, arrivando infine a Peppe “Er Pantera”, pugile balbuziente e fallito. Peppe va a “fare la pecora”, ma la polizia capisce l’imbroglio e arresta anche lui.

In carcere riesce, con l’inganno, a farsi spiegare il piano criminale di Cosimo e, una volta uscito e rintracciato dagli altri protagonisti che vogliono farsi tornare i soldi, decide di attuarlo con il loro aiuto. Inizia quindi, seguendo le regole di questo genere di film, la preparazione del colpo, anche se in modo un po’ sgangherato, come del resto sono i personaggi, ladruncoli di mezza tacca. Rubano una macchina fotografica per riprendere l’apertura della cassaforte, ma il filmino viene realizzato male e finisce prima del momento importante. Devono quindi chiedere istruzioni all’esperto Dante Cruciani (Totò), che gli spiegherà tutti i metodi per aprirla. Le difficoltà non sono finite: prima scoprono che l’appartamento dove dovrebbero effettuare il colpo, non è vuoto, come credevano e poi Cosimo esce di prigione grazie ad un’amnistia. Se il problema dell’appartamento verrà risolto grazie alle improvvisate doti di seduttore di Peppe e ad un pizzico di fortuna, per Cosimo invece l’avventura finirà male visto che, dopo aver litigato con il gruppo, tenterà disperatamente uno scippo che lo porterà alla morte. Arriva infine il gran momento del colpo, che procederà con molti intoppi e sviste fino al completo fallimento, con i nostri criminali che bucano la parete sbagliata e si ritrovano costretti ad abbandonare l’idea del colpo e a consolarsi mangiando pasta e ceci.

Il seguito del film Audace Colpo dei Soliti Ignoti (1960) di Nanny Loy, ripercorre più o meno lo stesso modello per la prima parte del film con l’organizzazione della squadra e la preparazione scalcinata di un colpo, questa volta una rapina ai danni di un furgone del Totocalcio, da realizzarsi con la complicità del portavalori. Questa volta però, il colpo riesce e tutta la seconda metà del film è incentrata sulla gestione dell’ingente refurtiva da parte del gruppo di ladri sprovveduti. Seguono, infatti, scene di tensione per il ricongiungimento della squadra che si separa durante il colpo, una scena d’inseguimento in automobile e il camuffamento della stessa, gli interrogatori della polizia e i vari tentativi di nascondere il bottino dagli occhi dell’attento Commissario.

Anche qui è presente l’elemento tragico, rappresentato dalla morte di Capanelle dopo una colossale mangiata in un ristorante, e uno spaccato, sarcastico, dell’Italia dell’epoca.

Il modello de I Soliti Ignoti verrà ripreso in numerosi altri film italiani degli anni ’60 come ad esempio Colpo Gobbo all’Italiana (1962) di Lucio Fulci, dove un gruppo di ladri, amici di un metronotte, devono rimettere al suo posto la refurtiva di un colpo effettuato ai danni di questi, e Operazione San Gennaro (1966) di Dino Risi, dove una particolare banda di ladri deve rubare il tesoro di San Gennaro, a Napoli, durante il festival canoro partenopeo, ma il filone saprà accogliere anche altre influenze.

Lasciapassare per il Morto (1962) di Mario Gariazzo, più vicino per tono aicaper movies francesi degli anni ’50, si concentra più che sulla rapina, che avviene con successo nei primi minuti del film, sulla fuga del protagonista, Maurizio (Alberto Lupo), che per passare il confine tra l’Italia e la Francia prende il posto di un cadavere in una bara. Il piano non procede come pianificato e Maurizio, perseguitato da visioni di morte, dovrà affrontare numerosi imprevisti, sarà costretto a bruciare il bottino per sopravvivere al gelo di una cella frigorifera ed, infine, troverà la morte disperso in una bufera di neve in montagna.

Influenzato dal glamour, dalla tecnologia, dalla leggerezza degli spionistici e di Topkapi (1964) di Jules Dassin, è Sette Uomini d’Oro (1966) di Marco Vicario. Nel film, sei uomini, criminali internazionali dalla grande abilità, sono guidati da Albert (Philippe Leroy), detto il Professore, in una grande rapina in una banca Svizzera. Il furto di sette tonnellate d’oro dalla banca, utilizzando metodi e tecnologie sofisticate, tra piccoli e grandi imprevisti che creano una buona tensione, occupa interamente la prima ora di film, lasciando all’ultima mezz’ora una coda dove, tra reciproci inganni e tradimenti, la banda perderà tutto il frutto del proprio lavoro. Anche questo film ebbe un grande successo e diede vita alla sua serie di imitatori e seguiti come Il Grande Colpo dei Sette Uomini d’Oro (1967) sempre di Marco Vicario e Kiss Kiss… Bang Bang (1966) di Duccio Tessari.

Dal tono più serio invece Ad Ogni Costo (1967) di Giuliano Montaldo dove un vecchio professore (Edward G. Robinson) organizza, con l’aiuto di cinque soci, un colpo perfetto in una società diamantifera brasiliana, da realizzarsi durante il carnevale. Anche in questo caso, dopo il successo del colpo, andrà tutto a rotoli e i protagonisti non potranno godersi i frutti del loro successo; ma il film si distacca dagli altri per la quasi totale assenza di elementi comici e per una maggior violenza nella rappresentazione, con un tono che lo accosta ai coevi spaghetti-western.

Film di Spionaggio

I film di spionaggio sono un gruppo di film organizzati attorno all’attività professionale di una spia, solitamente intenta a compiere una missione per conto di un’organizzazione governativa.

Le scene principali di questo genere di film possono variare in base al compito assegnato al protagonista, che, solitamente, riguardano l’assassinio di un nemico dello stato, il furto o il recupero di documenti segreti o la scorta di un personaggio politicamente o strategicamente importante. L’attività di investigazione è solitamente svolta dallo stesso protagonista per raccogliere maggiori informazioni sul suo obiettivo o per venire a capo dell’intrigo nel quale è coinvolto.

Ponendosi a metà strada tra i due lati della legge, i film di spionaggiopropongono tematicamente una moralità dubbia, con il protagonista inserito in una società che, dietro a una facciata glamour nasconde, omicidi, tradimenti e doppi giochi segreti.

Inoltre, sulla scia del successo della serie dedicata a James Bond, molti deifilm di spionaggio degli anni ’60 includono, al loro interno, elementi di tecnologia fantascientifica, che li avvicina all’iconografia dei fumetti.

Essendo il genere chiaramente circoscritto dalla tipologia di protagonista, rimandiamo per una sua analisi completa e per un elenco della sua vasta filmografia (4) a studi ad esso dedicati, come 007 all’Italiana di Marco Giusti e Eurospy Guide di Matt Blake.

Va però ricordato che il modello narrativo dei film di spionaggio è, come abbiamo detto nel precedente capitolo, utilizzato anche negli adattamenti cinematografici dei fumetti neri: ad esempio in Kriminal (1966) di Umberto Lenzi, l’omonimo protagonista, interpretato da Glenn Saxon, una volta evaso dal carcere di Londra, tenta di impossessarsi di un bottino di pietre preziose, in un’avventura perennemente in viaggio tra l’Inghilterra, la Spagna e la Turchia. Stesso modello viene impiegato per il seguiti Il Marchio di Kriminal(1967) di Fernando Cerchio, Mister X (1967) di Piero Vivarelli e Diabolik(1968) di Mario Bava.

Innocente in fuga

I thriller dell’innocente in fuga sono un gruppo di film organizzati attorno all’ingresso accidentale di una vittima nel mezzo di un intrigo globale; la vittima, spesso, si trova a scappare sia dai malvagi che dalla polizia. Il protagonista affronta numerose avventure, incontrando, nel frattempo, una partner di cui deve imparare a fidarsi e che, alla fine, contribuirà a cambiarlo moralmente. Nel corso delle avventure, la vittima innocente diventa, di necessità, la forza investigativa. Spesso l’antagonista è diviso in tre avversari correlati.

Temi correlati sono: la precarietà del mondo civilizzato, la vicinanza del caos e la possibilità che si verifichi l’improbabile, l’importanza del tempo e la sua relazione con il fato, la coincidenza, la suspense e l’ansia, la capacità di un’avventura di assumere significato morale, la natura pragmatica e spesso corrotta delle organizzazioni politiche e dei governi e l’assoluta necessità di fiducia e impegno. Sono, inoltre, film che possono facilmente inglobare elementi di commedia al loro interno.

Nello specifico questi film tendono a procedere su queste direttive: presentazione dell’universo normale, l’introduzione del protagonista, che è generalmente un irresponsabile, o moralmente disimpegnato; una coincidenza che consente al protagonista di essere coinvolto in un complotto omicida; l’inizio di una serie di scontri tra il protagonista e le forze del male; la crescente imposizione del mondo caotico che sfida il protagonista a mettere in dubbio il suo stile di vita e ad usare l’intelligenza per sopravvivere; l’introduzione di un interesse romantico il cui primo responso al protagonista è o avverso o ambiguo; la perdita di credibilità e reputazione del protagonista agli occhi delle autorità ufficiali, spesso accompagnata dall’accusa del protagonista di omicidio a causa di una serie di coincidenze o per colpa dei malvagi; a volte una minaccia nei confronti del protagonista che rischia di essere riconosciuto ed esposto in uno spazio pubblico, mentre cerca di fuggire (5).

Una lista di film italiani appartenenti alla categoria del thriller dell’innocente in fuga include:

A Cavallo della Tigre (1961)

Delitto Quasi Perfetto (1966)

Psycosissimo (1961)

Tiffany Memorandum (1968)

Slalom (1965)

Rapporto Fuller, Base Stoccolma (1968)

A Cavallo della Tigre (1961) di Luigi Comencini, vede come protagonista Giacinto Rossi (Nino Manfredi), un poveraccio finito in galera per una maldestra truffa che, in attesa di uscire di galera dopo aver regolarmente scontato la sua pena, viene coinvolto e costretto a partecipare ad un tentativo di evasione. Come in altri esempi di questo genere di film, il protagonista è fondamentalmente un innocente che, per sua sfortuna, si ritrova in una situazione più grande di lui. Anche qui, Giacinto, che inizialmente collabora perché costretto al recupero di alcuni strumenti necessari a tre criminali, Tagliabue, Papaleo e il Sorcio, per l’evasione, con il conseguente utilizzo della suspense, per sottolineare l’incompetenza e l’estraneità del protagonista al coraggioso piano d’evasione, poi, venendo a sua volta accusato di una lite nella quale non centrava assolutamente nulla, viene messo nella stessa cella dei tre e costretto a partecipare alla fuga.

Per salvarsi, Giacinto si rivolgerà alle autorità, cercando di rivelare il piano al direttore del carcere, inizialmente incredulo, ma, in questo modo, fa in realtà il gioco della banda che contava proprio sul suo tradimento. Una volta in fuga le cose precipitano e Giacinto compare su tutti i giornali come l’astuto capo della banda, ideatore dell’audace fuga. Dopo diverse avventureon the road, tradimenti (in questo caso messo in atto dal Sorcio) e perdite (con la morte di Papaleo) il protagonista finisce per accettare il suo ruolo: in questo caso, un po’ suo malgrado, Giacinto rinuncia a chiarire il suo nome e rimane come il responsabile della fuga per far si che sua moglie e il nuovo compagno di lei, ricevano i soldi che sono stati messi su di lui come taglia.

A Cavallo di una Tigre rimane un caso isolato nella cinematografia italiana dithriller dell’innocente in fuga con un’ambientazione e un’atmosfera completamente nazionali, ad eccezione del coevo Psycosissimo (1961) di Steno, in cui due attori incapaci vengono presi per due killer a pagamento, finendo in un complotto omicida che coinvolgerà sicari professionisti e le forze di polizia, in quanto, ben presto, questo genere di film verrà influenzato e ibridato dagli spionistici del periodo (6).

Un buon esempio è Delitto Quasi Perfetto (1966) di Mario Camerini, molto vicino a Charade per atmosfere, humor e numero di colpi di scena e doppi giochi.

Paolo (Philippe Leroy) è un giornalista che, all’aeroporto di Amburgo, incontra una giovane bella ragazza appena uscita da un convento di suore, che deve recarsi a Beirut per intascare l’eredità milionaria lasciatale dal padre. Arrivati però allo scalo di Roma, non c’è nessuno ad attendere la ragazza e Paolo si insospettisce. Dopo averla pedinata fino alla casa dove viene portata da una donna, che si è detta incaricata dallo zio di lei, si arrampica sul muro di cinta e vede qualcosa di strano alla finestra. Deve però tornare alla sede del quotidiano dove lavora, dal quale viene licenziato perché “manca di fiuto”. Per ripicca Paolo decide di scrivere un articolo su un immaginario omicidio nella villa della ragazza e, spacciandosi per uno dei direttori del giornale, lo fa pubblicare. Alla notizia, la polizia arriva sul luogo del delitto e Paolo, seguendoli, scopre che un delitto è avvenuto veramente e che la ragazza sarebbe la colpevole. Inizia così la sua avventura, nella quale entrerà con l’obiettivo di fare uno scoop che, snodandosi tra Roma, una lussuosa nave da crociera e Beirut e con l’intervento di diversi doppi giochi, morti apparenti e cambi d’identità, lo porterà a conquistare l’ereditiera con tutta l’eredità.

Sullo stesso modello si snoda Slalom (1965) di Luciano Salce, dove Lucio Ridolfi (Vittorio Gassman), italiano medio in vacanza al Sestriere, dando confidenza anche qui ad una bella ragazza, Helene (Beba Loncar), viene coinvolto, dapprima, in un omicidio e, poi, in un piano spionistico per destabilizzare l’economia occidentale, che il nostro protagonista sventerà, abbandonando i modi placidi e civili e rievocando le prodezze di cui era stato capace in guerra.

Se nei casi visti finora, ampio spazio è dedicato ai risvolti comici della vicenda, dati dall’inesperienza e dall’incapacità del protagonista, gettato suo malgrado nella nuova situazione, come del resto era in Intrigo Internazionale, film modello per questo sotto-genere, un altro gruppo di film, pur seguendo questa struttura e non rinunciando a un po’ di ironia, si concentrano maggiormente sulle scene d’azione, presentando un protagonista che, pur estraneo al “gioco delle spie”, non si tira indietro quando il gioco si fa duro, avvicinandosi ancora di più al modello bondiano.

Ne sono da esempio Rapporto Fuller, Base Stoccolma (1968) e Tiffany Memorandum (1968), entrambi diretti da Sergio Grieco e interpretati da Ken Clark, duo già responsabile della serie di tre spionistici dedicati all’Agente 077.

Nel primo Ken Clark è Dick Warth, pilota automobilistico americano che, trovandosi a Stoccolma per una gara nello stesso periodo in cui la città ospita Svetlana Goldjadkin, ballerina sovietica russa in asilo politico, viene coinvolto dapprima in un caso di omicidio di una donna che possedeva delle informazioni riservate su Svetlana e, successivamente, in un “intrigo internazionale”, che coinvolge una sosia della ballerina incaricata di portare a termine l’omicidio del presidente degli Stati Uniti e sancire così l’inizio della guerra aperta tra i due blocchi ideologici. Pur condividendo con gli altri “innocenti in fuga” una passione per le belle donne che attirano guai, Dick è un uomo d’azione molto più reattivo ed eroico, lascia meno spazio alla commedia e, una volta assoldato dagli agenti segreti, non fa rimpiangere un James Bond qualunque. Lo stesso accade nel secondo film che ripete gli stessi elementi spettacolari.

Identità Acquisita

Assimilabili per certi versi ai thriller dell’innocente in fuga, i thriller d’identità acquisita sono, a differenza di questi, un gruppo di film in cui il protagonista si ritrova ad assumere una nuova identità di sua spontanea volontà e in cui il centro dell’avventura sarà il venire a patti e sperimentare la nuova vita.

Il thriller d’identità acquisita è composto da quei film organizzati attorno all’assunzione da parte del protagonista di un’identità insolita, il suo comportamento nel venire a patti con le conseguenze fisiche e metafisiche di questa identità e la relazione di quest’acquisizione con un piano omicida. Il protagonista è spesso un criminale alla ricerca di una vita migliore, molte volte è un assassino, e la nuova identità appartiene a qualcuno che è morto o inesistente. Generalmente il protagonista è ucciso o punito anche se, spesso, non a causa della sua vera identità o dei crimini commessi con quella, ma come risultato di un piano omicida contro l’identità acquisita o dei crimini ad essa attribuiti. Sono film costruiti con un tono ironico, spesso amaro, che sollevano degli interrogativi su cosa è importante nelle nostre vite e cosa non lo è.

Temi centrali risultano essere la ricerca di una vita migliore, l’impossibilità di fuggire da ciò che caratterizza nel profondo una persona, la pervasività del cinismo, della tristezza e della noia, nonché la crudeltà del fato (7).

Una lista dei film italiani appartenenti al thriller d’identità acquisita include:

Il Generale Della Rovere (1959)

Satanik (1968)

Il Generale della Rovere (1959) di Roberto Rossellini contiene diversi di questi elementi, giocando anche sul relativo concetto di “crimine” in tempo di guerra. Giovanni Bertone (Vittorio De Sica) è un truffatore, amante del gioco d’azzardo, che vive nella Milano del ’43 spacciandosi per Colonnello e corrompendo gli ufficiali nazisti per evitare la deportazione di prigionieri italiani, intascando una percentuale sulle mazzette che gli passano i familiari di questi. Viene però scoperto ed arrestato dalle SS, che, smascherata la sua vera identità, lo costringono ad adottarne un’altra: i nazisti lo convincono ad interpretare in prigione il ruolo di un generale badogliano, da loro ucciso, in cambio della libertà. Una volta inseritosi nella prigione, però, il suo compito diventa quello di smascherare il capo della resistenza, che i nazisti sanno di avere imprigionato, ma del quale non conoscono ancora la reale identità. Bertone dovrebbe quindi condannarlo alla fucilazione, collaborando con la “giustizia”, ma, dopo aver assistito alle sofferenze degli imprigionati, interpreterà fino alla fine il suo ruolo di Generale della Rovere e si farà fucilare senza tradire i compagni.

Satanik (1968) di Piero Vivarelli, pur presentando l’espediente fantascientifico del siero della bellezza, che ha un effetto paragonabile ad una plastica facciale, elimina tutte gli elementi di fantasia del fumetto originale per confezionare un thriller d’identità acquisita. Marny Bannister (Magda Konopka) è una scienziata dal volto orribilmente deturpato che, uccidendo il suo capo, si impadronisce di un siero per la rigenerazione cellulare che le consente di diventare una donna bellissima. Mentre la sua vecchia identità è ricercata per omicidio, Marny inizia a sperimentare le gioie di quella nuova, dove mette in atto tutto ciò che in quella precedente le era precluso, iniziando col sedurre il ricco Geroge Van Donan. Al fianco di questi viene a sapere di un traffico criminale e della retata per fermarlo, organizzata dalla polizia in combutta con Stella, la donna del capo malavitoso, che collabora in cambio di un cospicua ricompensa. Dopo aver ucciso Van Donan, che l’aveva vista riassumere i vecchi connotati, ed aver recuperato nuovamente il siero rigenerante, Marny uccide Stella, ne prende i soldi e ne assume l’identità, spostandosi a Ginevra, dove troverà ad aspettarla Dodo, il fratello del marito malavitoso di Stella e la sua organizzazione. Qui sfrutta la sua nuova identità per sedurre Dodo e godere dei suoi privilegi, ma l’arrivo della polizia, da una parte, e di un criminale sopravvissuto alla retata che sa del tradimento di Stella, dall’altra, la costringeranno ad un’altra fuga, che terminerà con la sua morte in un incidente stradale.

Thriller Politico

I thriller politici sono un gruppo di film organizzati attorno a un piano per assassinare una figura politica o attorno alla rivelazione della natura essenzialmente cospiratoria dei governi e dei loro crimini contro il popolo. Questi film generalmente documentano e drammatizzano le azioni di assassini, cospiratori o governi criminali, così come gli atti di opposizione delle società-vittime, martiri o controculture. Possono basarsi sulla realtà o possono essere completamente di finzione; possono anche includere un agente investigativo (di solito rappresentato da un reporter) che lavora per narrare le rivelazioni.

Le idee tematiche integrate in questa struttura generica includono: la tendenza del potere a corrompere, l’ineluttabilità della politica, la necessità morale di esaminare e di dubitare dei governi e delle istituzioni sociali, la natura cospiratoria e repressiva dei governi e della società, la distinzione tra apparenza e realtà, che può essere generalizzata in una distinzione tra la storia pubblica e la verità delle persone, la fiducia nel giudizio delle persone, nella mentalità aperta di investigatori o giornalisti, in politici la cui forza e integrità derivino da un loro tentativo di servire le persone e non dalla sete di potere, e nel potenziale eroismo individuale per attuare i cambiamenti sociali e politici necessari (8).

Una lista dei film italiani appartenenti alla categoria dei thriller politiciinclude:

Le Mani Sulla Città (1963)

Le Mani sulla Città (1962) di Francesco Rosi è organizzata su questa struttura. Il film si apre con un atto cospiratorio in cui un gruppo di imprenditori-politici decidono tra loro quale sarà la zona su cui speculare nell’edilizia della città, in contravvenzione a quanto prevede il piano regolatore. Segue il crollo di un palazzo fatiscente durante dei lavori di costruzione, atto che dà il via all’azione investigativa. Questa sarà intrapresa da una commissione d’inchiesta promossa da un consigliere appartenente alla sinistra, De Vita, che dovrà indagare sulla supposta speculazione edilizia operata dal partito al potere ed, in particolare, da un suo esponente, Edoardo Nottola, resosi latitante dopo il crollo. La commissione, pur ostacolata dai vincoli impostigli dalla politica e spaccata internamente, mette in luce un sistema interno per il quale vengono fatte delle regole, ma nessuno è responsabile per la verifica della loro attuazione: sulla carta è tutto in regola, ma nella realtà non è così. Anche dopo aver accertato tutto ciò, la commissione ha le mani legate e, anzi, con una nuova delibera vengono affidati i terreni proprio a Nottola, rendendo di fatto del tutto inutili i lavori della commissione. Il partito, che lo accoglie, è però indebolito politicamente, in quanto il popolo, dopo quanto accaduto ed in seguito agli sfratti autorizzati dal comune, gli sta togliendo la fiducia. Viene quindi ventilata l’estromissione di Nottola dalla politica. De Vita e il candidato di centro che si era a lui avvicinato durante la commissione d’inchiesta, e noi con loro, sono testimoni del trasformismo di Nottola, che passa dalla destra al centro con la complicità di tutti: il centro per avere voti e vincere le elezioni, la destra per mantenere l’alleanza con il centro e continuare ad avere privilegi ed influenza, pur perdendo la maggioranza e lo stesso popolo, che vende i voti in cambio di alloggi, medicine e altri favori. Tutto termina come era iniziato, e i lavori edilizi ripartono.

Thriller di Passione Omicida

I thriller di passione omicida sono un gruppo di film organizzati attorno al triangolo marito\moglie\amante. La scena centrale è generalmente l’omicidio di uno dei membri del triangolo da parte di uno o entrambi gli altri membri. L’enfasi è chiaramente sul protagonista criminale, che è implicitamente presentato come un rappresentante della sua classe sociale (alta o bassa) e quindi destinato a suscitare la nostra simpatia, se non la nostra empatia.

Il motivo del crimine è generalmente la passione o l’avidità; quando l’assassino è condotto alla giustizia, è solitamente a causa del suo senso di colpa, di un errore o di un tradimento, più che delle abilità investigative di un detective, che ha, generalmente, un ruolo secondario.

Certe tematiche sono integrate in questa struttura: l’idea che le relazioni umane siano segnate dalle lotte di potere e da inutili transizioni da una situazione di malessere ad un’altra; la prossimità della violenza; l’immagine della donna come peccaminosa e maestra del controllo; l’idea del crimine come sintomatica delle crepe sotto la facciata della borghesia capitalista; la schiavitù umana ai bisogni sessuali; l’inevitabilità del detto “ogni uomo uccide la cosa che ama”; una visione ironica del fato e del castigo.

Questi film tendono a procedere su questa linea: introduzione dei protagonisti e del loro triangolo di relazioni; ideazione del piano omicida; fallimento del primo tentativo; riuscita dell’omicidio; insorgere di complicazioni, come ricatti o la indagini della polizia, che impediscono la felicità della coppia; esplosione di sensi di colpa, recriminazioni o tradimenti che culminano in un altro piano omicida con un risvolto di giustizia ironica, in cui i sopravvissuti vengono separati con la morte o la carcerazione. (9)

Una lista dei film italiani appartenenti al thriller di passione omicida include:

L’Avventura (1960)

Paranoia (1970)

La Morte Ha Fatto l’Uovo (1968)

La Morte Ha Fatto l’Uovo (1968) di Giulio Questi contiene tutti questi elementi, anche se inseriti in un contesto narrativo più disordinato, con un montaggio anarcoide, dettato dalla volontà di fare un film “di contestazione”. La pellicola si apre con Marco (Jean-Louis Tritignant) che viene spiato da uno sconosciuto mentre uccide una donna in un hotel. Segue un tentativo di omicidio di sua moglie, Anna (Gina Lollobrigida), che rischia di venire colpita da una chiave inglese messa in malo modo, mentre si aggira per l’allevamento di polli di loro proprietà. Scopriremo più avanti che è stato proprio Marco a posizionare la chiave inglese per il tentato omicidio, in quanto vive una relazione con la giovane cugina di lei, Gabry (Ewa Aulin), ma ha bisogno dei soldi della moglie. Il groviglio di relazioni si complica ulteriormente con l’introduzione dell’amante di Gabry, che si rivela essere colui che spiava Marco durante l’omicidio iniziale, e che pianifica con lei la morte dei coniugi con l’accaparramento dell’eredità. Uccidono quindi Anna e fanno ricadere la colpa su Marco, già compromesso a causa dei suoi gusti sessuali che lo spingono a simulare degli omicidi con delle prostitute come quello all’inizio del film, lasciando il cadavere di lei nel suo ufficio. Marco cerca allora di liberarsi del cadavere, buttandolo nella macina del pollaio, ma ci cade dentro lui stesso, morendo. La coppia di cospiratori, giunta sul luogo del delitto, viene così colta dalla polizia con il cadavere di Anna, perciò vengono accusati del delitto e arrestati.

Paranoia (1970) di Umberto Lenzi, segue anch’esso questo modello. Nel film Helene (Carroll Baker) è una ricca donna che viene circuita da Costance (Anna Proclemer), seconda moglie del suo ex-marito, Maurizio (Jean Sorel), per ucciderlo. Helene invece si accorda con Maurizio ed insieme uccidono Costance e ne nascondono il cadavere in fondo al mare. La riuscita del loro piano verrà, però, ostacolata, non solo dalle indagini della polizia, ma anche dall’apparizione di Susan, figlia di Costance, che vuole far luce sul mistero della scomparsa della madre. Alla fine tutti verranno puniti dalla giustizia beffarda del destino.

Da notare come Charles Derry inserisca nel thriller di passione omicida ancheL’Avventura (1960) di Michelangelo Antonioni, in quanto il film utilizzerebbe la struttura di questo genere, decostruendolo alla luce dell’alienazione della società contemporanea:

L’Avventura, for instance, directed in 1960, deals with three primary characters: Sandro, his mistress Anna, and a third woman, Claudia, with whom he enters into an affair. The (potential) triangle is generally attacked, but not by passion; nothing erupts, but Anna does mysteriously disappear. The other characters, particularly Sandro and Claudia, spend the rest of the film more or less searching for Anna — but since Antonioni is uninterested in “plot” in the traditional sense, no explanation of Anna’s disappearance is ever given.

In a sense, a suspense thriller framework is used here precisely in order to show that it has no relevance to modern life, that modern man is too alienated to feel emotions strong or clear enough to precipitate the kind of murderous crises we generally associate with films constructed around triangular relationships. The characters, therefore, are fated not to discover the whereabouts of Anna, but to wander against bleak landscapes in various subtle degrees of despair, anxiety, guilt, and ennui. (10)

Thriller Psicotraumatico

I thriller psicotraumatici sono un gruppo di film organizzati attorno agli effetti psicotici di un trauma passato sul coinvolgimento attuale del protagonista in una storia d’amore o in un crimine o in un intrigo. Il protagonista è sempre una vittima — generalmente di un trauma pregresso e spesso di criminali o malintenzionati che si avvantaggiano del suo senso di colpa masochista. Il protagonista può, occasionalmente, anche essere un criminale. Raramente è presente un detective; quando c’è una forza d’inchiesta, questa è intrapresa dalla narrazione in sé o dall’interesse romantico del protagonista, che applica il metodo psicanalitico freudiano. Questo genere di film utilizza con la stessa estensione le strutture delmystery, così come quelle della suspense, in modo che, la natura del trauma o la verità sul crimine attuale, non vengano rivelate, se non molto più avanti nella narrazione.

Alcuni dei temi integrati in questa struttura includono la dualità del masochismo\sadismo, la natura distruttiva del senso di colpa, la precarità della psiche, l’importanza del subconscio, il romanticismo del disturbo mentale, l’importanza di fronteggiare verità spiacevoli e la possibilità della salute mentale e dell’integrazione.

Più specificatamente questo genere di film tende a svilupparsi su questa linea: introduzione del protagonista, manifestazione del trauma, coinvolgimento in un crimine attuale (di cui il protagonista può essere all’oscuro, o può esserne l’autore o la vittima), coinvolgimento in una storia d’amore, una o più rievocazioni del trauma, alcune delle quali possono apparire in maniera simbolica; la rivelazione della fonte del trauma passato o la verità dietro al crimine nascosto (almeno uno di questi è rivelato tramite un flashback), risoluzione della storia d’amore ed effettiva o potenziale re-integrazione del protagonista. (11)

Una lista dei film italiani appartenenti alla categoria dei thriller psicotraumatici include:

Un Angelo per Satana (1966)

Una Sull’Altra (1969)

Il Dolce Corpo di Deborah (1968)

Un Angelo per Satana (1966) di Camillo Mastrocinque, sotto l’iconografia del film gotico, cela esattamente questa struttura applicata alla collettività. Roberto Merigi (Anthony Steffen) è uno scultore che arriva in un piccolo paesino su un lago, perché incaricato dal conte Montebruno (Claudio Gora) di restaurare un’antica statua da poco ripescata da esso. Tutti in paese però temono il restauro, in quanto sulla statua grava un’antica maledizione, che ci viene illustrata in un flashback: essa era stata infatti realizzata ad immagine e somiglianza della bellissima Maddalena ed aveva scatenato le furie della brutta sorella di lei, Belinda, che ora giacerebbe morta in fondo al lago. La statua riporta quindi alla memoria un trauma collettivo (dell’intero paese) e le cose peggiorano con il ritorno di Harriet (Barbara Steele), nipote del conte e sosia di Maddalena. Harriet inizia una storia d’amore con Roberto ma, allo stesso tempo, inizia a mostrare una seconda personalità, sotto i cui influssi dice di chiamarsi Belinda e inizia a sviluppare dei rapporti sado-erotici con alcune delle personalità caratteristiche del villaggio cattolico: il matto, il maestro e il forzuto, scardinando la quieta vita del luogo. Roberto inizierà ad investigare e scoprirà che non si tratta di una maledizione ma, bensì, di un piano criminale messo in piedi dal conte e dalla sua amante, la governante Ilda, i quali ipnotizzano Harriet convincendola a compiere i vari crimini sotto il nome di Belinda, per sottrarre i possedimenti alla nipote, sfruttando la superstizione locale. Dopo lo smascheramento del piano e la morte di Ilda, che, annegando nel lago, rimette in scena il trauma iniziale della morte di Belinda, il finale vedrà Roberto e Harriet ricongiungersi e lasciare definitivamente l’isola.

Il Dolce Corpo di Deborah (1968) di Romolo Guerrieri si avvicina in più occasioni allo psycho-thriller, genere che ha molti punti di contatto con ithriller psicotraumatici, ma rimane ancorato alla struttura di questi. Nel film, Marcel (Jean Sorel) e Deborah (Carroll Baker) sono una giovane coppia di ricchi sposi che decidono di passare la luna di miele a Ginevra. Qui, però, vengono avvicinati da una vecchia conoscenza di Marcel, Philip (Luigi Pistilli), che li accusa di essere la causa del suicidio di Susan (Evelyn Stewart), la sua precedente compagna. Deborah rimane molto colpita dall’accusa ed inizia ad assumere tranquillanti, mentre il marito inizia ad investigare sulla vicenda. Dopo diversi colpi di scena, tutta la vicenda si rivelerà essere un piano diabolico ordito da Marcel, in combutta con Philip e Susan, per sfruttare le crisi di panico della neo-moglie e simularne il suicidio. Verrà però fermato in tempo da Robert (George Hilton), pittore residente nella casa di fronte alla coppia, che smaschererà il piano e salverà Deborah, uccidendo Marcel. Arrestati anche i complici con l’aiuto della polizia, i due si uniranno e potranno godere della ricca eredità lasciata dall’ex-marito.

Una Sull’Altra (1969) di Lucio Fulci, scritto sulla scia del successo de Il Dolce Corpo di Deborah, riprende le tematiche di Vertigo di Alfred Hitchcock. Protagonista della vicenda, ambientata a San Francisco, è un giovane medico, George Dumurrier (Jean Sorel), a cui muore la moglie Susan (Marisa Mell) a causa di un attacco d’asma, lasciandolo così in possesso di un ingente patrimonio. Indebolito psicologicamente dalla perdita, nonostante abbia una relazione con l’amante, Jane (Elsa Martinelli), inizia una relazione ossessiva con una spogliarellista, Monica Weston (Marisa Mell), che appare identica alla moglie morta. Non si accorge però che è tutto un piano organizzato dalla stessa moglie, che recita la parte della spogliarellista, per condannarlo alla pena di morte per omicidio e ri-ereditare il patrimonio per cominciare una nuova vita. Impossibilitato all’azione a causa della sua ossessione e, successivamente, perché incarcerato, George si salverà, grazie all’investigazione condotta per conto suo da Jane e da uno scherzo del destino, che induce un innamorato respinto da Susan ad uccidere sia lei che suo fratello.

Thriller di Confronto Morale

I thriller di confronto morale sono un gruppo di film organizzati attorno ad un aperto confronto antitetico tra personaggi che rappresentano il bene o l’innocenza e un personaggio che rappresenta il male. Questi film sono spesso costruiti nei termini di elaborate dualità che enfatizzano i paralleli tra la vittima e il criminale. Se è presente una forma di investigazione è, inevitabilmente, sussidiaria.

Certe idee tematiche integrate in questa struttura generica includono l’inevitabile dissoluzione dell’innocenza, la lotta tra il bene e il male e la definitiva ambiguità dei problemi morali.

Questi film procedono sulle seguenti linee: l’introduzione del protagonista e del suo avversario; l’assegnazione alla vittima\protagonista del ruolo di osservatore o testimone che potrebbe, in qualche modo, mettere in pericolo il suo avversario; il graduale isolamento del protagonista da coloro che potrebbero aiutarlo; l’elaborazione di una relazione simbiotica tra il protagonista e l’avversario; la trasformazione del protagonista da vittima passiva in combattente attivo, che lotta per sconfiggere l’avversario; una serie di scontri da “gatto col topo”, sempre più tesi tra i due; un momento in cui il protagonista diventa conscio del potere dell’avversario ed adotta nuovi metodi per sconfiggerlo — spesso quelli propri dell’avversario; un confronto finale, in cui il protagonista emerge vittorioso; una scena conclusiva in cui il protagonista riflette sul complesso significato della sua vittoria. (12)

Una lista di film italiani appartenenti alla categoria di thriller di confronto morale include:

Il Rossetto (1960)

L’Intrigo (1964)

Mafioso (1962)

La Lama nel Corpo (1965)

Divorzio all’italiana (1962)

Blow-up (1966)

La Ragazza che Sapeva Troppo (1963)

A Ciascuno il Suo (1967)

La Vergine di Norimberga (1963)

Va notato che, di tutte le tipologie di thriller, questa è quella più difficile da delimitare, in quanto è una delle strutture più popolari nel sottogenere e può anche essere utilizzata in contesti radicalmente differenti dal thriller.

In Divorzio all’Italiana (1962) diretto da Pietro Germi, il confronto è tra il lussurioso barone siciliano Ferdinando Cefalù (Marcello Mastroianni) e sua moglie Rosalia: il primo vorrebbe uccidere la seconda per sposare la cugina sedicenne Angela (Stefania Sandrelli). Ordisce quindi un piano per indurre la consorte al tradimento e poi ucciderla, potendo così appellarsi al “delitto d’onore” ed ottenere la pena minima. La battaglia si sviluppa in un continuo gioco del “gatto col topo” tra i due, con il barone che arriva a portare in casa una vecchia fiamma della moglie, registrando ogni incontro tra i due come prova per il futuro delitto, ma essa riesce sempre a cavarsela in un modo o nell’altro. Il piano sembra poi destinato al fallimento, quando Rosalia riesce a scappare realmente con l’amante, ma Ferdinando prosegue nell’intento e, con l’aiuto delle indicazioni della mafia, la rintraccia e la uccide. Anche qui, in maniera non dissimile a Dial M for Murder di Alfred Hitchcock, la moglie è completamente all’oscuro dei piani omicidi del marito e noi seguiamo la vicenda dal punto di vista di questi, con la conseguente costruzione di suspense. In Divorzio all’Italiana, però, è proprio la moralità ad essere messa in crisi: Rosalia rimane un’innocente che non combatte contro il marito omicida, se non tramite la fuga con l’amante, e d’altronde, non ne ha neanche i mezzi, in quanto la comunità e la società non cercano di salvarla, ma anzi, premono per la sua esecuzione da parte di Ferdinando.

Simile mancanza di lotta contro un ambiente sociale malvagio la ritroviamo in Mafioso (1962) di Alberto Lattuada. Qui Antonio Badalamenti (Alberto Sordi), siciliano integratosi nel Nord, torna al suo paese natale, in Sicilia, per passare le vacanze con la moglie e le figlie. Ancora prima di partire, tramite l’azione del suo capo d’azienda, americano, ma anch’egli d’origine siciliana, che gli consegna un regalo da portare a Don Vincenzo, la lunga mano della mafia inizia a farsi sentire. Durante lo svolgimento del film, Antonio verrà circuito da Don Vincenzo e dai suoi uomini in più occasioni, che, alla fine, lo costringeranno ad andare in America per compiere un’esecuzione mafiosa. Anche qui però, come in Divorzio all’Italiana, l’innocente è completamente indifeso e non opporrà alcuna resistenza, anzi, conviverà con il male fino all’ultimo, quando mostrerà la sua vera faccia omicida.

La Ragazza che Sapeva Troppo (1963) di Mario Bava, nonostante i rimandi a numerose opere di Alfred Hitchcock appartenenti ad altri generi del thriller, ha uno sviluppo narrativo che rientra pienamente in questo sottogenere.

L’americana Nora Davis (Leticia Roman), arriva a Roma in vacanza dall’anziana zia Edith. Durante la prima notte di permanenza la zia si sente male e muore. Nora, per chiedere aiuto, scende in strada, dove subisce uno scippo. Svenuta a causa di un colpo in testa, quando riprende i sensi, assiste ad un omicidio (13), riuscendo anche a vedere il volto dell’assassino, ma poco dopo sviene nuovamente. Risvegliatasi in ospedale, cerca di raccontare quanto accaduto, ma non viene creduta: tutti ritengono infatti che si tratti di un’allucinazione causata dalla botta in testa e dallo stress degli avvenimenti della serata. In maniera simile a Rear Window, Nora è però ora una testimone pericolosa per l’assassino che inizia a seguirla. Al funerale della zia incontra una donna, Laura Craven-Torrani (Valentina Cortese), che la invita a stare nel suo appartamento per il resto della sua vacanza. All’insaputa di Nora, ma non dello spettatore, il quale ne vede una fotografia, Laura è la moglie dell’assassino che Nora ha visto quella notte. Inizia così il gioco del gatto col topo (14), dove Nora, mentre investiga sui passati delitti di un fantomatico “killer dell’Alfabeto”, in quanto è anche ventilata la possibilità che abbia assistito a una sorta di visione di quanto accaduto in passato (15), è più volte assalita-minacciata dall’assassino che si rivelerà essere la stessa Laura. Il marito stava infatti cercando di coprire le tracce dell’omicidio commesso dalla moglie, una psicopatica (16), già responsabile dei precedenti delitti. Pur non sconfiggendola direttamente (17), Nora affronta Laura dopo un lungo processo di maturazione, durante il quale passa dall’essere la ragazza terrorizzata dell’inizio del film, ad una donna pronta a combattere e curiosa di scoprire la verità, trovando nel frattempo anche l’amore.

Il Rossetto (1960) di Damiano Damiani, pur riprendendo dal poliziesco Un Maledetto Imbroglio alcuni elementi, tra cui la figura di investigatore (18) e la critica al perbenismo di facciata della società italiana dell’epoca, li ricolloca all’interno di una struttura da thriller di confronto morale. Protagonista della vicenda è Silvana (Laura Vivaldi), una giovane ragazza quattordicenne, perdutamente invaghita, non ricambiata, di Gino (Pierre Brice), un rampante trentenne che abita nel palazzo di fronte al suo. Quando nel palazzo di Gino viene uccisa una prostituta, questi nega alla polizia di conoscerla, ma, in un momento di calma, Silvana gli confessa di averlo visto mentre usciva dall’appartamento incriminato. Inizierà così un confronto tra Gino, che appare chiaramente come l’assassino sin dalle prime battute del film, e Silvana, l’innocente ragazzina che non riesce ad identificare chiaramente ciò che le sta accadendo attorno. Gino infatti, dapprima sfrutterà il suo ascendente su di lei per metterla a tacere, poi, fallito questo espediente, cercherà di depistare la polizia, presentandola ai loro occhi come una bugiarda. Entrambi si ritroveranno a subire interrogatori, confronti e perizie mediche e, alla fine, la ragazza sembra uscirne sconfitta e viene mandata in un collegio. Qui tenterà il suicidio, che fortunatamente fallirà, ma la lettera di scuse che ha scritto metterà sulla giusta strada il commissario Fioresi (Germi) per incarcerare Gino.

Blow-Up (1966) di Michelangelo Antonioni, parte da una premessa simile: Thomas, (David Hemmings), un fotografo di alta moda, segue una giovane donna, interpretata da Vanessa Redgrave, ed un uomo più anziano in un parco. Nonostante la coppia si opponga, Thomas scatta una serie di fotografie che, una volta sviluppate, mostreranno la confusa scena di un delitto. Il protagonista sarebbe a questo punto al centro di un thriller di confronto morale ma, Antonioni, poco interessato ad uno sviluppo convenzionale del plot, fa sparire sia il cadavere che le fotografie, impedendo qualsiasi evoluzione nell’azione.

With no images left and no personal confrontation in which to participate, Thomas must recognize that the suspense thriller remains only in his head (a situation analogous to the experience of the spectator after a suspense thriller is over). (19)

Anche A Ciascuno il Suo (1967) di Elio Petri, tratto dall’omonimo romanzo di Leonaro Sciascia, segue questa struttura narrativa. In un paesino della Sicilia, vengono uccisi due uomini durante la battuta di caccia. Si pensa che la vittima principale dovesse essere solo uno dei due, il farmacista Manno (Luigi Pistilli), conosciuto per le sue numerose relazioni con le donne del paese, per le quali aveva già ricevuto diverse lettere di minaccia anonime. Vengono rapidamente arrestati dei sospettati tra la popolazione, ma il professor Paolo Laurana (Gian Maria Volonté), scollando i ritagli di giornale che compongono una delle lettere, scopre che questi derivano dalle pagine dell’Osservatore Romano, a cui solo i preti sono abbonati in paese. La scoperta lo metterà rapidamente in lotta contro l’avvocato Rosello (Gabriele Ferzetti), cugino di Luisa Roscio (Irene Papas), moglie del professor Roscio (Salvo Randone), seconda vittima e reale obiettivo dell’esecuzione, e vero mandante degli omicidi. Quando ha raccolto tutte le prove necessarie ed è a un passo dal denunciarlo alla polizia, è però tradito da Luisa, donna di cui è innamorato e che l’aveva assistito durante le indagini, catturato dagli uomini dell’avvocato ed ucciso in una baracca abbandonata che poi verrà fatta esplodere per far sparire ogni traccia.

La Lama nel Corpo (1965) di Elio Scardamaglia, La Vergine di Norimberga(1963) di Antonio Margheriti e L’Intrigo (1964) di Vittorio Sala, riprendono le strutture e le tematiche di film come Gaslight o Rebecca, thriller di confronto morale al femminile (20), che poi contribuiranno a dar vita allo psycho-thriller. Nei primi due film, le protagoniste sono delle giovani ragazze che vivono all’interno di gigantesche magioni goticheggianti ed assistono ad una serie di efferati omicidi, dei quali sospettano essere responsabili, nel primo caso, il medico per il quale lavora e, nel secondo, il marito. Le innocenti fanciulle protagoniste, dopo una serie di incontri “del gatto col topo” con l’assassino mascherato, riusciranno a scoprire che non si tratta dell’amato e saranno le artefici della sua fine. Dopo gli avvenimenti del film potranno tornare alla loro vita normale, forti di una nuova consapevolezza di sé e della presenza, ora rassicurante, del loro amato.

Gli avvenimenti vengono ripresi in modo molto simile nel terzo film, con però una compresenza di elementi del thriller psicotraumatico e la mancanza di una riunione positiva con l’amato nel finale.

Psycho-Thriller

Gli psycho-thriller sono un gruppo di film organizzati attorno alla follia, contro la quale il protagonista cerca inutilmente di lottare fino alla fine.

Il protagonista può essere una persona mentalmente malata, in lotta contro i suoi impulsi omicidi, o una vittima in lotta contro un astuto individuo, il quale, a sua insaputa, cerca di farla impazzire; in questo secondo caso il punto di vista adottato, quello della vittima, renderà impossibile distinguere tra realtà e finzione.

La scena principale è generalmente un omicidio, commesso dal protagonista o con il suo aiuto, che darà il via alla spirale di follia.

A differenza del thriller psicotraumatico, il protagonista è qui intrappolato in mondo cinico che non gli fornirà alcun aiuto esterno. Se è presente una forza investigativa si rivelerà essere marginale, oppure messa in atto dallo stesso protagonista nel tentativo di salvarsi. Al termine del racconto il protagonista sarà quasi sempre portato alla morte o all’incarcerazione dalla sua stessa follia, senza la possibilità di tornare ad un’esistenza normale.

I temi principali di questo genere di film sono la tendenza a mostrare il mostruoso dell’umano e della follia, nonché un profondo cinismo nei rapporti umani e nella società.

Una lista dei film italiani appartenenti allo psycho-thriller include:

Ti Aspetterò all’Inferno (1960)

Il Terzo Occhio (1966)

L’Orribile Segreto del Dottor Hichcock (1962)

Assassino Senza Volto (1967)

Lo Spettro (1963)

Più Tardi Claire Più Tardi (1968)

Crimine a Due (1964)

A Doppia Faccia (1969)

Libido (1965)

Orgasmo (1969)

Il Boia Scarlatto (1965)

Il Rosso Segno della Follia (1970)

Il Mostro di Venezia (1965)

Ti Aspetterò all’Inferno (1960) di Piero Regnoli, è uno dei primissimi esempi del genere realizzati in Italia. Al (Massimo Serato), Sam (Antonio Pierfederici) e Walter (John Drew Barrymore) sono tre criminali che mettono a segno un colpo fortunato, durante il quale, però, muore una guardia. I tre decidono allora di andarsi a nascondere in una casa isolata per far calmare le acque, ma durante il viaggio Walter uccide Sam a causa di una lite. Il giorno seguente Al e Walter arrivano al rifugio, dove faranno la conoscenza fortuita di una ballerina di nome Vera (Eva Bartok), che inizia a vivere con loro e stabilisce una relazione con Al. Walter però inizia a dar ben presto segni di squilibrio e si sente perseguitato dal fantasma di Sam: questo si manifesta nella notte con messaggi, rumori e apparizioni sempre più insistenti. Alla fine il fantasma si rivelerà essere proprio Vera, moglie di Sam, che ottiene la sua vendetta spingendo Walter nella follia più completa e portandolo al suicidio proprio nella palude dove questi aveva ucciso suo marito.

Il dittico di Riccardo Freda, L’Orribile Segreto del Dottor Hichcock (1962) e Lo Spettro (1963), rappresentano due delle più interessanti incursioni nellopsycho-thriller del cinema italiano del periodo, essendo entrambi costruiti su un insieme di citazioni dei film del genere ed andando quasi a ricreare la storia della sua evoluzione.

Nel primo il dottor Bernard Hichcock (Robert Flemyng) è un rispettato medico di Londra che, per sfogare le sue pulsioni necrofile, inietta un siero di sua invenzione alla moglie consenziente per simularne la morte prima di ogni rapporto sessuale. Durante una di queste sessioni però qualcosa va storto, la moglie muore realmente e il dottore decide di lasciare la sua abitazione, per dimenticare. Anni dopo il dottore si risposa con Cynthia (Barbara Steele) e decide di tornare nella vecchia magione, dove tutto è rimasto come prima. La giovane moglie, però, inizia ben presto ad avere paura: strani rumori in casa, passi nella notte, apparizioni e la minacciosa presenza della governante Martha, la portano a pensare che la precedente moglie del dottor Hichcock si aggiri ancora per casa. Quando confessa i suoi timori al marito, questi, che nel frattempo sente riemergere le pulsioni necrofile, cerca dapprima di farla passare per pazza, utilizzando anche su di lei il sedativo di sua invenzione per simulare la morte, e poi prova, direttamente, ad avvelenarla. Cynthia riesce però a convincere il giovane dottor Kurt della sua sanità mentale e del fatto che il marito sta cercando di ucciderla; egli arriverà giusto in tempo per salvarla dal dottore e dalla sua prima moglie, ancora in vita, ma ormai completamente folle dopo essere stata sepolta viva.

Il film colleziona innumerevoli dalla filmografia di Hichcock, tra cuiSuspicion (il bicchiere di latte avvelenato), Under Capricorn (il teschio sul letto), Psycho (la moglie morta come la madre di Norman Bates), inserendo sulla struttura e sugli elementi narrativi di Rebecca (la giovane moglie contro lo spettro della precedente rappresentata dal gigantesco dipinto, l’oppressiva governante e il rischio costante di impazzire) un punto di vista simile a quello di Vertigo, con un protagonista affetto da un disturbo psichico (a causa del quale la donna che ama perderà la vita) nonché ossessionato dall’idea di far rivivere quello che è stato. A differenza del film di Hitchcock però, in questo caso, il protagonista non riuscirà a superare il suo disturbo, ma verrà da questo portato alla morte.

Freda realizza un’operazione simile con il successivo Lo Spettro, in questo caso riprendendo delle suggestioni dal surrealismo di Buñuel, in particolare l’omicidio a colpi di rasoio con il sangue che macchia l’obiettivo della cinepresa, come in Ensayo de un Crimen (1955), ed inserendole sul modello narrativo di Les Diaboliques (1955). Margaret (Barbara Steele) è la moglie del vecchio dottor John Hichcock (Elio Jotta), costretto da una malattia su una sedia a rotelle, e pianifica con il giovane amante Charles Livingstone (Peter Baldwin) di ucciderlo. I due mettono in atto il loro delitto perfetto che, inizialmente, sembra avere successo, ma, dopo poco tempo, Margaret inizia ad essere perseguitata da quello che sembra essere il fantasma del marito. Le visioni sempre più reali, il senso di colpa e la paranoia crescente la porteranno alla follia e ad uccidere Charles, per poi scoprire che si trattava di un diabolico piano, ordito dal dottor Hichcock e dall’anziana governante Catherine, per eliminarli. Il destino è però beffardo e per una serie di fortuite coincidenze moriranno, tutti nel confronto finale.

Vista la vicinanza del sottogenere con l’horror, la produzione di psycho-thriller durante gli anni ’60 sarà piuttosto ricca e si muoverà su due direttive.

La prima ripropone il modello narrativo della vittima intrappolata in un piano diabolico (come nei film che abbiamo appena analizzato) in film comeLibido (1965), Crimine a Due (1964), Assassino Senza Volto (1967), Più Tardi Claire… Più Tardi (1968), Orgasmo (1969) e A Doppia Faccia (1969).

Di questi, Orgasmo (1969), esce un po’ fuori dal modello canonico, preferendo rifarsi a What Ever Happened to Baby Jane di Robert Aldrich. In questo caso infatti, la prigionia della protagonista, Catherine West (Carroll Baker), per mano del duo Peter (Lou Castel) e Eva (Colette Descombes) è esplicita anche a lei, come lo è il tentativo dei due di farla impazzire, questa volta con dei cocktail a base di alcool e droghe. Anche qui, comunque, ritroviamo visioni e allucinazioni che rendono impossibile distinguere realtà e finzione, i ricatti e l’omicidio di cui è colpevole la protagonista, questa volta ai danni del vecchio e ricco marito, che dà il via al suo viaggio nella follia.

Anche in A Doppia Faccia (1969) di Riccardo Freda, rientra nel genere, pur utilizzando diversi elementi del thriller psicotraumatico, facendo particolare riferimento a Vertigo. In questo caso John Alexander (Klaus Kinski) è un industriale che sembra essere, ma, a nostra insaputa, non lo è, il fautore della morte della moglie, simulando un incidente automobilistico. Mentre la polizia indaga a rilento, John è tormentato dalla presenza della moglie morta, che rivede per la prima volta in un filmato erotico proiettato ad un rave party e che si farà man mano più tangibile. Spinto sull’orlo della follia tra continue sparizioni e riapparizioni, quando ritrova la moglie, in uno stato mostruoso a causa delle ferite dell’incidente, sta per ucciderla ma viene prontamente fermato dalla polizia che smaschera l’intrigo: era tutto un piano del padre della moglie per mettere le mani sull’eredità. Il film, realizzato in collaborazione con la Germania e li venduto come krimi, rimescola elementi tipici del genere e sfrutta l’immagine di “cattivo” che si era creato Kinski nel filone, per mettere in scena un innocente che sembra e si comporta da colpevole.

La seconda direttiva include, invece, film con un maniaco omicida al centro della vicenda come Il Mostro di Venezia (1964), Il Boia Scarlatto (1964), Il Terzo Occhio (1966) e Il Rosso Segno della Follia (1970).

Nei primi due film citati, Il Mostro di Venezia e Il Boia Scarlatto, la struttura narrativa vede presenti degli eroi positivi intenti a fermare o smascherare un assassino psicotico, con il quale si alternano come potrebbe avvenire in unthriller di confronto morale, ma l’attenzione è tutta posta sulla preparazione agli omicidi o sulle scene di tortura, con l’assassino come protagonista dell’azione. Inoltre gli eroi, in questi casi, non sono mai abbastanza attivi o innocenti da offrire un contraltare morale allo psicopatico. Nel primo caso la vicenda ruota attorno ad una serie di omicidi di giovani donne commessi tra i canali di Venezia da un assassino equipaggiato di tuta da sub e maschera da scheletro. Un giovane giornalista indaga e successivamente riuscirà a scoprire il covo dell’assassino che, però, morirà per mano della polizia. Nel secondo caso i protagonisti sono i componenti di una troupe, incaricata della realizzazione di una serie di fotoromanzi neri, che si ritroveranno imprigionati in un castello alla mercé del suo proprietario, un culturista che si crede posseduto dallo spirito di un suo avo, il boia scarlatto del titolo. Morirà per mano dell’eroe solo dopo aver commesso diversi omicidi. Veri protagonisti di questi film sono gli assassini, vestiti con costumi bizzarri, degni dei fumetti neri dell’epoca: la struttura narrativa, basata sulla ripetizione degli omicidi, ricalcata su quella dei krimi tedeschi, riduce al minimo la componente investigativa e positiva dell’eroe, per concentrarsi su di essi.

Il Terzo Occhio (1966) di Mino Guerrini e Il Rosso Segno della Follia (1969) di Mario Bava uniscono le componenti di entrambi i modelli.

Nel primo, infatti, il protagonista Mino (Franco Nero), impazzisce a causa della cameriera Marta (Gioia Pascal), la quale, per sposarlo, in una sola giornata gli uccide, a sua insaputa, la madre e la promessa sposa. Mino, ora perso nella sua follia, inizia ad uccidere prostitute e spogliarelliste, ma, l’arrivo della sorella dell’ex promessa sposa, lo porterà all’arresto.

Nel secondo il protagonista è un assassino psicotico che è spinto ad uccidere delle giovani donne, per ricordare un evento traumatico nella sua infanzia. Tra le donne uccise finisce anche sua moglie che però lo tormenterà come fantasma fino a quando non verrà arrestato: solo allora si scoprirà che le apparizioni spettrali erano orchestrate dalla polizia per farlo cadere in fallo.

Whodunit

I whodunit sono un gruppo di film organizzati attorno al quesito “chi ha commesso il delitto?”. La scena principale è un delitto che dà il via alle indagini e con esso alla narrazione. Obiettivo centrale di questa è la rivelazione dell’identità del criminale e non lo sviluppo psicologico di uno dei suoi protagonisti. Tale rivelazione avverrà sempre nell’ultimo atto; può essere anche posizionata all’inizio di questi per creare una certa suspense sul destino dei criminali.

L’investigazione è sempre presente e può essere condotta anche da un “non professionista”. In generale non è legata ad un personaggio in particolare, ma è portata avanti dal punto di vista anonimo del narratore, che rende partecipe lo spettatore dei singoli tentativi di indagine dei vari personaggi coinvolti nella vicenda o nelle azioni che questi compiono per “coprirsi le spalle”.

La tematica principale è solitamente il denaro e l’avidità umana, visto che raramente gli assassini di questi film agiscono per fini che non siano di carattere prettamente economico.

Una lista dei film appartenenti a questo genere può includere:

Morte per Procura (1959)

A… Come Assassino (1966)

Crimen (1961)

Una Jena in Cassaforte (1968)

Sei Donne per l’Assassino (1964)

Tò, è Morta la Nonna (1969)

Delitto allo Specchio (1964)

5 Bambole per la Luna d’Agosto (1970)

Crimen (1961) di Mario Camerini utilizza la struttura classica del genere per mettere in scena una storia di italiani all’estero. Tre coppie di italiani, Quirino Filonzi (Nino Manfredi), Remo Capretti (Vittorio Gassman) e Alberto Franzetti (Alberto Sordi) con relative signore, recatisi a Montecarlo, ognuna per ragioni differenti, si trovano coinvolte in un caso di omicidio, avente come vittima un’anziana e ricca signora. Sospettati anche perché italiani, vengono portati al commissariato dove ognuno di loro darà la propria versione dei fatti alla polizia, mentendo quel tanto che basta per cercare di restare esclusi dalla vicenda. Tra flashback e ricostruzioni tutti e tre finiscono invece per risultare sempre più loschi e sospetti, fino a quando non si scopriranno i veri colpevoli: i maggiordomi. L’indagine sull’identità del colpevole, che comunque rimane la direttiva principale del plot, diventa anche un pretesto per mettere in scena gag comiche e spaccati della situazione sociale dell’epoca nella tradizione della commedia all’italiana.

Differente è Sei Donne per l’Assassino (1965) di Mario Bava, al quale abbiamo fatto riferimento già diverse volte durante la nostra analisi. Il film di Bava ingloba al suo interno elementi provenienti da altre tipologie di thrillerelencate fino ad ora, come la coppia omicida del thriller di passione omicida,la sequenza di delitti e il piano diabolico dello psycho-thriller, nonché le indagini da poliziesco e le sequenze del gioco “del gatto col topo” con l’assassino e il confronto finale uomo-donna, che ricorda i thriller di confronto morale, nonché le influenze da fumetti neri e dai krimi, di cui abbiamo già parlato, inserendoli però come colpi di scena o micro-sequenze all’interno di una struttura da whodunit mutuata da Dieci Piccoli Indiani di Agatha Christie. La vicenda ha come protagonisti i frequentatori di un atelier di alta moda a Roma, che vengono uccisi uno dopo l’altro da un misterioso assassino mascherato. La polizia investiga, ma non verrà a capo di niente e solo lo spettatore scoprirà che gli assassini erano in realtà due, la proprietaria dell’atelier e il suo amante, costretti a uccidere per eliminare tracce e testimoni dell’omicidio del marito di lei, da loro eseguito, offscreen,prima dell’inizio della pellicola, per motivazioni economiche. Anche questa coppia finirà però per sgretolarsi e, alla fine, si uccideranno a vicenda, lasciando il mistero irrisolvibile per la polizia. Pur non essendo confinati su un’isola come nel romanzo della Christie, i protagonisti del film di Bava sembrano impossibilitati a lasciare l’atelier e gli ambienti ad esso connessi nella città di Roma, vivono una situazione di paranoia e di reciproco sospetto in cui, chiunque potrebbe essere l’assassino e non arriveranno alla soluzione del mistero, anche qui rivelato solo allo spettatore onnisciente.

Il modello di Dieci Piccoli Indiani tornerà più volte nei whodunit del periodo come in Morte per Procura (1959) di Ottorino Franco Bertolini e Victor Merenda, dove però l’intrigo si rivelerà una finzione, Delitto allo Specchio(1964) di Ambrogio Molteni e Jean Josipovici, A… Come Assassino (1966) di Angelo Dorigo, che comunque contiene qualche elemento di indagine poliziesca, Una Jena in Cassaforte (1968) di Cesare Canevari, che ambienta la vicenda nell’immaginario dei super-ladri alla Diabolik, Tò è Morta la Nonna (1969) di Mario Monicelli e 5 Bambole per la Luna d’Agosto (1970) di Mario Bava.

Note

  1. Ai quali sono già state dedicate ampie monografie.
  2. Che lo spinge, in una scena del film, a richiedere una contravvenzione per una violazione stradale da lui commessa ad un vigile, che lo lascerebbe invece volentieri andare una volta scoperto il suo grado.
  3. In questo caso vista come un corpo unico senza che ne venga esaltato un personaggio in particolare, come un commissario o un ispettore.
  4. Oltre duecento titoli tra il 1964 e il 1968.
  5. Cfr. Charles Derry, The Suspense Thriller: Films in the Shadow of Alfred Hitchcock. North Carolina: McFarland & Company 2001 pag. 270–271
  6. Il quale era a sua volta stato generato da questo sottogenere con North By Northwest (1959) di Alfred Hitchcock.
  7. Cfr. Charles Derry Op. Cit. pag. 175
  8. Cfr. Charles Derry Op. Cit. pag. 103
  9. Cfr. Charles Derry Op. Cit. pag. 72
  10. Charles Derry Op. Cit. pag. 91–92
  11. Cfr. Charles Derry Op. Cit. pag. 194
  12. Cfr. Charles Derry Op. Cit. pag. 217
  13. La cui messa in scena richiama quella del primo omicidio in The Man Who Knew Too Much, da cui il film riprende anche il titolo.
  14. In cui spesso le prove del confronto spariscono misteriosamente, in maniera simile a uno psycho-thriller sul modello di Les Diaboliques, con la differenza che, in questo caso, la salute mentale della protagonista non è mai messa realmente in discussione.
  15. Tema del ritorno e della possibilità del sovrannaturale che riporta a Vertigo.
  16. Il richiamo qui è ovviamente al Norman Bates di Psycho, ma il film non è uno psycho-thriller perché la follia dell’antagonista non è mai al centro della narrazione.
  17. Laura è uccisa a colpi di pistola dal marito morente poco prima di attaccare Nora, come in Rear Window Raymond Burr viene fermato nello stesso modo dalla polizia.
  18. Interpretato anche qui da Pietro Germi.
  19. Charles Derry, Op. Cit. pag. 238
  20. Cfr. Charles Derry, Op. Cit. pag. 218

 

Menù

1. Introduzione

2. La crime fiction e i suoi sotto-generi

3. La Situazione Produttiva Italiana

4. La crime fiction nella cultura popolare italiana

5. I differenti generi della crime fiction

6. Conclusione

Scritto con amore e in velocità da Tommaso Urban :)