Riciclaggio: L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot

Post dedicato al riciclaggio culturale più estremo, perché di un buon film non si butta mai via niente.

Riciclo una mia vecchia recensione dello splendido documentario “L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot” (2009! Oddio sento tutto il peso dell’età) che a sua volta ricicla le sequenze del mai completato film del maestro della suspense francese per creare un altrettanto drammatica cronaca del naufragio della sua realizzazione.

Non solo. Sono convinto che mi abbiano riciclato il pezzo al TG2 nel 2009 per fare in quattro e quattr’otto un tappabuchi nella sezione cinema. Giuro. L’ho sentito con le mie orecchie.

Comunque, leggetevi il pezzo, recuperate in qualche modo il film e parliamone un attimo.

L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot

Di ritorno dalla proiezione al Toronto Film Festival riporto qui di seguito le mie prime riflessioni sull’ottimo documentario di Serge Bromberg.

L’Enfer d’Henri-Georges Clouzot racconta la genesi e il fallimento della realizzazione del film L’Enfer, scritto nel 1964 dal regista francese Henri-Georges Clouzot (il maestro dietro a opere come Les Diaboliques e Le Salaire de la Peur) e che, nonostante l’illimitato supporto finanziario da parte dell’americana MGM, si risolse tristemente in un nulla di fatto quando l’attore principale decise di abbandonare il set e Clouzot venne colpito da un infarto.

Quello che ci viene proposto è un affascinante viaggio che ricostruisce con cura le varie fasi della realizzazione. Il film nacque dopo la crisi di depressione che colpì Clouzot alla morte della sua prima moglie e, stando alle testimonianze di chi lo assistette all’epoca, sembra essere in larga parte ispirato alla rivoluzione che 8 e 12 di Fellini portò nel mondo del cinema. Dopo aver visto l’opera introspettiva del collega italiano, il regista francese decise di raccontare una storia di gelosia come nessuno aveva mai fatto prima, rappresentandola visivamente in tutta la sua angosciosa realtà.

Da spettatori del documentario, assistiamo al resoconto dei primi incontri per la valutazione della sceneggiatura, le riunioni del cast, le prove costumi e soprattutto gli infiniti test visivi e sonori. Quest’ultimi occupano gran parte del film come del resto occuparono la maggior parte del tempo della troupe impiegata all’epoca e rappresentano in sé un’interessantissima testimonianza che non può non affascinare.

Osservando e filmando le ultime sperimentazioni dell’arte allora contemporanea Clouzot era alla ricerca degli effetti visivi e sonori che meglio avrebbero reso “l’inferno” emotivo del protagonista della sua pellicola. Sovrapposizioni, moltiplicazioni, distorsioni dell’immagine, illusioni ottiche, schermi d’acqua, trucco innaturale degli attori, vestiti d’avanguardia, luci colorate ed in movimento, partiture di musica elettronica che sfruttino la voce umana come puro commento musicale e molto altro ancora. Nulla è lasciato intentato, in un laboratorio creativo che difficilmente trova precedenti o successori e quando poi vediamo quegli stessi effetti, che non sfigurerebbero all’interno di un esperimento di video arte, prendere vita nel tessuto narrativo del film, è difficile non rimanere incantati dalla resa ipnotica, surreale e tremendamente d’impatto che essi generano. Di li a poco però il documentario scioglie l’incanto e le sequenze d’interni, ricostruite ai giorni nostri in un ambiente astratto e recitate da Bérénice Bejo e Jacques Gamblin, sono li a ricordarci che stiamo assistendo a dei frammenti di un qualcosa che non si è mai concluso, realizzato.

Bromberg dispiega il racconto con eleganza, prendendo spunti narrativi proprio dal film di cui sta parlando, ed il documentario scorre rapido come i migliori colleghi narrativi. Avvalendosi non solo di quanto è rimasto del girato e dei filmati delle televisioni dell’epoca ma anche della già citata ricostruzione di alcune parti mancanti della sceneggiatura grazie all’interpretazione di due attori contemporanei e delle vive testimonianze di quelli che all’epoca avevano partecipato alla realizzazione de L’Enfer, il documentario ci mostra come dall’idillio iniziale, nel quale Clouzot sta per realizzare un film fortemente voluto nelle migliori condizioni possibili, il processo creativo si trasformi lentamente in un incubo, un inferno per il regista, nel quale realtà e finzione si mescolano e l’ossessione del perfezionismo, la volontà di dare al mondo un qualcosa che mai aveva visto prima d’allora, prende il sopravvento sulla razionalità, sulle scadenze e sulla stessa necessità della produttività, portando alla rovina l’intero progetto.

Con questo il cerchio con 8 e 12 sembra chiudersi e allo spettatore non resta altro da fare se non interrogarsi sulle tante trappole della creatività e chiedersi cosa sarebbe potuta essere la storia del cinema se Henri-Georges Clouzot fosse riuscito a raccontarci il suo Inferno.




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Scritto con amore e in velocità da Tommaso Urban :)