Inglorious Basterds

Chiudo questa tornata con “Inglorious Basterds”, recensione che ho realizzato subito dopo aver visto il film durante il mio soggiorno in Canada. Non ho ancora visto la versione doppiata di questo capolavoro e spero sinceramente di non essere mai costretto a farlo:

Avvertenza per chi non ha ancora visto il film: nella mia “discussione” sono rivelati diversi elementi della storia che potrebbero rovinarvi la visione. Vi consiglio di vedere il film prima di leggere il seguente articolo.

Dell’ultimo film di Quentin Tarantino se n’è già parlato tanto, specialmente da parte di chi il film non l’ha ancora visto o, peggio, l’ha visto distrattamente, concentrandosi più sulle citazioni, sull’idea (sbagliata) che si tratti di un remake di un film italiano o sulle proprie aspettative, senza fermarsi ad assaporarne tutte le numerose sfaccettature.

E’ bene chiarire alcune cose dal principio, prima di addentrarci nel vivo della discussione sul film:
1) Inglorious Basterds NON è un remake di Quel Maledetto Treno Blindato di Enzo G. Castellari e da esso non riprende nulla se non il titolo.
2) Inglorious Basterds NON è soltanto un semplice gioco filmico, un turbinio di citazioni dai film più disparati volto a creare un grandioso spettacolo di intrattenimento.
3) Inglorious Basterds NON è un film d’azione, uno spettacolo del massacro, un tripudio di violenza e soprattutto NON è assolutamente il successore spirituale della carneficina cinematografica che è stato Kill Bill.

Tarantino realizza con Inglorious Basterds il suo film più maturo, una perfetta sintesi di dialogo, immagini e struttura volta a creare un ottimo thriller di guerra che è anche un importante discussione sul cinema da parte di un creativo che il cinema lo adora.

Inglorious Basterds racconta una storia complessa che vede come protagonisti un folto personaggi, dai Basterds del titolo capitanati da Brad Pitt al segugio delle SS Hans Landa, passando per l’ebrea alla ricerca di vendetta Shosanna Dreyfus, l’attrice spia Bridget von Hammersmark (Diane Kruger) ed addirittura Goebbles e Hitler, i cui destini sono legati ad un cinema ed a una proiezione di un film.
Il regista utilizza con mano sicura tutti i marchi di fabbrica del suo cinema come la suddivisione in capitoli, questa volta non per raccordare frammenti di un racconto cronologicamente scomposto ma bensì, in maniera decisamente affine al romanzo, per creare le giuste pause, i giusti momenti emotivi e narrativi per lo sviluppo della sua storia, la citazione, che qui viene usata sia per aumentare la tensione durante i dialoghi (con sequenze, come quella d’apertura, in qui è palese l’ispirazione leoniana) sia per dare spessore ai nazisti (i veri “bastardi senza gloria” del titolo?) che, tramite trovate affini alla Nouvelle Vogue francese, si trasformano senza preavviso da “macchiette” da film d’azione americano a personaggi con un anima e una vita, ed infine il dialogo, complesso e multilingue per dare un idea del periodo, della vastità del conflitto e soprattutto per riportare l’attenzione su quello che tutti capiscono o credono di capire senza aver bisogno di traduzione alcuna: il visivo.

Il visivo, semplice ma insidioso nei suoi particolari e nei suoi significati, come dimostra la scena dove un membro dei Basterds si tradisce non per l’inflessione nell’accento ma per il gesto che sbaglia nell’ordinare le birre, soprattutto nella sua accezione di “cinema”.
Cinema che invade Inglorious Basterds non solo nella forma della citazione, del dialogo tra personaggi su questo o quel film; qui il cinema è un motore narrativo che lega tutti i personaggi: Bridget von Hammersmark è un attrice, Fredrick Zoller è un soldato attore, Brad Pitt e la sua ciurma devono fingersi dei cineasti italiani, Shosanna Dreyfus possiede il cinema nel quale si terrà l’evento del climax, Archie Hicox era un critico cinematografico prima della guerra e all’intera operazione viene dato il nome di Kino.
Cinema che come linguaggio universale può universalmente mentire, cambiando le nostre convinzioni, le nostre percezioni come accade a Shosanna che, impietosita dalla rappresentazione di un soldato che vede soffrire nella finzione cinematografica, abbassa la guardia e si fa uccidere dalla realtà di quello stesso soldato; o come accade a noi spettatori, quando sul finale assistiamo alla dimostrazione di forza del cinema e della sua grande menzogna, capace di mostrarci una fine “alternativa” della guerra.

Quello a cui assistiamo non è però un esempio di “storia alternativa” per puro gusto del colpo di scena ma bensì la perfetta realizzazione dell’ideale di cinema propagandistico americano. Tarantino ce lo dimostra tracciando un parallelo tra le due sale cinematografiche, quella filmica e quella reale: quanto la prima gioisce e si diverte ad assistere all’impresa del loro soldato nazista impegnato a sterminare il nemico alleato, tanto la seconda reagisce allo stesso modo quando è il turno dei Basterds ad aprire il fuoco sulla suddetta sala nazista dando atto alla carneficina che porrà fine alla guerra.

Qualle differenza c’è tra noi e quel pubblico nazista? Quanto cinema di propaganda abbiamo e continuiamo ad assimilare? Quanto riusciamo a proteggerci da esso e quanto il cinema ci conquista emotivamente per poi portarci alla morte?
Interrogativi dalla grande importanza e dalla difficile risposta in un mondo che comunica più con il visivo che con la parola ed il solo fatto di sollevarli all’interno di un prodotto che riesce allo stesso tempo ad essere un film di grande intrattenimento è un risultato a cui solo i registi più grandi possono arrivare.




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Scritto con amore e in velocità da Tommaso Urban :)