Vincere

Questa recensione di Vincere ha per me un forte valore affettivo. E’ stata scritta per il concorso “Scrivere di Cinema” (assieme alle precedenti su “Come Dio Comanda” e “The International”) ed è stata scelta per la pubblicazione all’interno del volume “Scrivere di cinema. 53 esordi critici a cura di Elisabetta Pieretto e Giuseppe Ghini” (Lampi di Stampa 2009). Spero apprezziate anche voi:

Agli inizi del ventesimo secolo, Benito Mussolini (Filippo Timi), giovane socialista rivoluzionario e futuro Duce del regime fascista, vive una passionale relazione con Ida Dalser (Giovanna Mezzogiorno), donna che lo supporterà moralmente ed economicamente e dalla quale avrà anche un figlio, Benito Albino (sempre Filippo Timi in un doppio ruolo). La loro relazione è però destinata a finire in tragedia quando lui deciderà di escluderla dalla sua vita e di costringerla all’internamento in un ospedale psichiatrico, dove troverà lentamente la morte. E’ difficile cercare di esprimere, di sviscerare a parole il valore di un film come Vincere senza risultare volgarmente riduttivi e banalizzanti. Il film di Bellocchio è il prodotto di un artista maturo, che utilizza abilmente un mezzo, il cinema, con tutte le possibilità che offre, per esprimere una visione complessa su un difficile momento di storia nazionale. Il regista va oltre la mera esposizione della tragica vicenda di Ida Dalser e di suo figlio Benito, rispettivamente moglie e figlio prima riconosciuti e poi rinnegati da Benito Mussolini, per coglierne i più profondi risvolti morali e storici. Per farlo, Bellocchio non si serve di una canonica sceneggiatura narrativa, ma si appoggia soprattutto al visivo, in un continuo gioco di paralleli, confronti e contrasti. Su una struttura portante che sembra derivata dall’opera, dove alla passione della prima metà del film si contrappone netta l’inevitabile tragedia della seconda parte, si installa una fitta rete di spunti, riferimenti e riflessioni, un complesso microcosmo in grado di riflettere un’epoca, un ipertesto visivo che trascende il film per parlare allo spettatore di temi importanti allora come oggi: cronaca di una passione, storia d’ingiustizia, storia del cinema, dell’arte, dramma familiare, ritratto di un uomo, di un’epoca, di una psicosi indotta e di una collettiva, nazionale. Forte di un’unione tra tecnica e produzione di senso pressoché perfetta, il passaggio del tempo è scandito dalla transizione da un incipit energico, rivoluzionario, condotto con uno stile da cinema delle origini, tra le sperimentazioni di Eizenstein e le pulsioni futuriste, che sfocia gradualmente nella riflessione, nel dialogo, in parallelo all’avvento del cinema più strettamente narrativo e alle ombre di una guerra che incombe. Sono tante le conclusioni che lo spettatore può e deve trarre alla fine della visione, ma c’è un monito che rimane impresso. Dopo aver visto Mussolini passare da uomo, ombra proiettata sullo schermo di un cinema, a mito, racconto riportato con entusiasmo dai suoi sostenitori, fino a scomparire nella seconda parte per farsi immagine, icona per statue e cinegiornali ed, infine, riapparire come caricatura grottesca ad opera del figlio ormai rinchiuso in manicomio; dopo aver visto gli internati di un manicomio affermare con forza la verità, mentre i loro carcerieri vivono di inesistenti fantasie, è difficile continuare a credere ciecamente all’immagine pubblica: la verità potrebbe risiedere altrove.




'Vincere' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Scritto con amore e in velocità da Tommaso Urban :)